Soccorsi e subito rimandati in Libia 227 migranti
Adesso finiranno in carcere. Non stiamo parlando di pericolosi criminali ma dei 227 migranti soccorsi ieri dalle motovedette italiane a largo di Lampedusa e rispediti in Libia poche ore dopo. «Un risultato storico» secondo il ministro dell’Interno, Roberto Maroni, che ha poi aggiunto: «se l’operazione fatta oggi continuerà, il problema del contrasto tra Italia e Malta sull’accoglimento dei clandestini sarà risolto perché in qualunque acqua si trovino i barconi saranno rispediti in Libia da dove sono partiti».
Si parla di “barconi”, senza tener conto delle persone che si trovano a bordo. Quasi sicuramente, però, una volta tornati in Libia, tutti i migranti finiranno in carcere, probabilmente nell’inferno di Sebha, di Shati, Qatrun, Ghat, Brak o Kufrah, nel sud ovest del Paese. Arrivano dentro enormi container affocati dal sole, sono soprattutto migranti provenienti dal Sudan o catturati alla frontiera con l’Europa. Tra tutte le carceri, il penitenziario di Kufra è sicuramente il peggiore.
Per capire quale realmente sia la situazione ai confini con il Sahara, è utile scorrere alcune delle testimonianze dei migranti che sono stati rinchiusi in questi gironi infernali (fonte: Fortress Europe): «Dormivamo in 78 in una cella di sei metri per otto», «Dormivamo per terra, la testa accanto ai piedi dei vicini», «Ci tenevano alla fame. Un piatto di riso lo potevamo dividere anche in otto persone», «Di notte mi portavano in cortile. Mi chiedevano di fare le flessioni. Quando non ce la facevo più mi riempivano di calci e maledivano me e la mia religione cristiana», «Usavamo un solo bagno in 60, nella cella c’era un odore perenne di scarico. Era impossibile lavarsi», «C’erano pidocchi e pulci dappertutto, nel materasso, nei vestiti, nei capelli», «I poliziotti entravano nella stanza, prendevano una donna e la violentavano in gruppo davanti a tutti». Un dato, quello delle critiche condizioni di vita, confermato durante un’audizione parlamentare al Copasir del 2005 dall’ex direttore del Sisde, il prefetto Mario Mori: «I clandestini vengono accalappiati come cani, messi su furgoncini pick-up e liberati in centri di accoglienza dove i sorveglianti per entrare devono mettere i fazzoletti intorno alla bocca per gli odori nauseabondi». Mori sta parlando del carcere di Sebha. «Il centro – continua Mori – prevede di ospitare cento persone ma ce ne sono 650, una ammassata sull’altra senza il rispetto di alcuna norma igienica e in condizioni terribili». Ovviamente quasi mai i detenuti possono vedere un giudice o un avvocato. In mezzo al deserto arrivano solo i funzionari delle ambasciate africane, deputati al riconoscimento dei prigionieri da rimpatriare. E le compagnia aeree che effettuano i viaggi verso la patria dei migranti sono libiche, si tratta di Ifriqiya e Buraq Air. Ma non sono libici i soldi con cui vengono fatte volare. Già nel 2004, infatti, un rapporto dell’Unione Europea parlava di 47 voli di rimpatrio finanziati dall’Italia.
Critiche anche dall’Alto Commissariato per i Rifugiati: «grave preoccupazione per la sorte di circa 230 migranti ricondotti in Libia senza un’adeguata valutazione delle loro possibili necessità di protezione internazionale. I salvataggi sono avvenuti a circa 35 miglia a sud-est di Lampedusa ma in acque maltesi». «La decisione di ricondurre i migranti in Libia è giunta al margine di una giornata di accese discussioni fra il governo maltese e le autorità italiane su chi fosse responsabile del soccorso e dello sbarco dei passeggeri delle tre barche in difficoltà. Sebbene non siano disponibili informazioni sulle nazionalità di origine dei migranti, si ritiene probabile – prosegue l’Unhcr – che fra le persone respinte ci siano individui bisognosi di protezione internazionale. Nel 2008 circa il 75% di coloro giunti in Italia via mare ha fatto richiesta di asilo e al 50% di questi è stata concessa una forma di protezione internazionale». Per questi ultimi migranti, qualcuno deve aver chiuso tutti e due gli occhi.
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