La strana utilità della propaganda elettorale
«In guerra ogni buco è trincea». E’ una di quelle frasi fatte che si tramandano di generazione in generazione e ben si presta ad ogni genere di interpretazione, non solo quella che ne dà qualche nonno veterano o qualche compagno d’università malizioso. Doppi sensi a parte, diventa impossibile non tirare in ballo la saggezza popolare di fronte alle storie e agli aneddoti davvero surreali che accompagnano, ad ogni giro di campagna elettorale, l’affissione dei manifesti di promozione dei candidati del momento.
I manifesti andrebbero per legge affissi negli spazi che il comune indica, le famose plance, che se non sufficienti possono comunque essere occupate attraverso un alternarsi dei partiti che le richiedono (come capita nelle città dove da una tornata elettorale all’altra i partiti triplicano per un motivo o per l’altro). Ma la campagna di affissione dei manifesti in realtà inizia molto prima. Sui muri e negli spazi dove in realtà non sarebbe permesso, per ovvi motivi di igiene pubblica, oltre che di legalità.
Storia vecchia, si dirà. Va bene. Ma è utile ricordarla in tutta la sua scellerataggine. Perchè quelle croste di carta che giacciono strappate e svolazzanti ai piedi dei cartelloni arrugginiti, rese ricurve dall’accavallarsi senza soluzione di continuità di carta e di quella specie di farina che sostituisce la tradizionale colla (che costa troppo) non vengono dal nulla. Sono il risultato di notti passate a giocare a un rocambolesco gioco di tira e molla (meglio, stacca e incolla) pagato profumatamente dalle segreterie di partito che, ad ogni appuntamento, sperano di racimolare una manciata di voti in più semplicemente usando un bel faccione attaccato all’angolo della strada.
L’affissione selvaggia è vecchia come il mondo (politico) ma alcuni casi eccezionali sono davvero al limite della decenza. Nell’aprile del 2008 un blogger di Catania, armato di videocamera, riprese dei volantini elettorali affissi direttamente sulle indicazioni stradali, alcuni addirittura sulle indicazioni necessarie a raggiungere l’ospedale più vicino. Forse un monito, o un riferimento indiretto alle chilometriche liste d’attesa degli ospedali: “Pensi davvero di aver bisogno di un dottore? Sbagli, ti conviene prima passare dal politico più vicino”.
Quali effetti a causato tutto ciò? Appelli di qualche giornalista, lettere ai sindaci e qualche protesta ufficiale. Come quella dell’Ama, Azienda Municipalizzata Ambiente di Roma, che il 20 Marzo ha rilasciato un comunicato stampa con cui chiedeva alle forze politiche un maggior rispetto delle regole sulle affissioni, perchè i manifesti attaccati ai cassonetti intralciavano le operazioni di svuotamento meccanizzato dei rifiuti. Lì, dove la situazione viene monitorata dal giornalista radicale Gaetano Dentamaro attraverso il suo blog, la questione è talmente critica che i commercianti, in questo caso parliamo di Corso Vittorio e zone limitrofe, sono costretti a dotarsi di spugnetta e raschietto per rimuovere i manifesti che vengono incollati anche sui muri adiacenti ai negozi.
Piccoli soprusi realizzati da ignoti, puniti, sì, ma da normative rese praticamente inefficaci da furberie da palazzo, come spiegava la Iena Paolo Calabresi in un servizio andato in onda su Italia Uno il 17 Aprile scorso.
Per chi viola le elementari regole di concorrenza politica ci sarebbero delle sanzioni, proporzionali ai giorni di permanenza abusiva dei manifesti. Peccato però che nel decreto milleproroghe approvato pochissimo tempo fa dal Parlamento, è prevista una norma che permette di condonare eventuali irregolarità elettorali con soli mille euro di sanzione.
A fronte di quanti voti guadagnati? Se anche fossero qualche percentuale minima, il gioco varrebbe la candela grazie ai favolosi finanziamenti (pardon, rimborsi) elettorali che spettano ai partiti (raddoppiati nel 2002, fonte: Corriere). Eppure sono questi piccoli screzi che ci toccano più da vicino. Un grosso ciarpame di carta e colla che giace esanime sul marciapiede che noi, ogni mattina, ci sforziamo di tenere pulito. Cartelloni incollati da persone, spesso immigrati, che lavorano in nero, ma finanziati coi soldi dei partiti e quindi dello Stato, in barba ad ogni convenzione e ad ogni legge. Il fine giustifica i mezzi.
Fonti Fai Notizia, la battaglia contro i manifesti abusiviI rimborsi dei partiti, Rizzo e Stella, Corriere della Sera
I manifesti di Catania (video)
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