Il legittimo sospetto? Solo se conviene al Premier
Il 5 novembre 2002 il Governo Berlusconi II approvò la famosa legge Cirami. Questa legge introduceva delle nuove norme nel dibattito processuale e stabiliva che su richiesta dell’imputato o del pm, la corte suprema di cassazione poteva decidere lo spostamento di sede del processo e di conseguenza il cambio del giudice designato. Le motivazioni in sintesi potevano essere il rischio per la sicurezza, l’ incolumità pubblica e il legittimo sospetto.
Il legittimo sospetto è il nome con cui fu soprannominata questa legge, entrata a pieno diritto nell’elenco delle cosiddette “leggi vergogna”. Lo scopo di questa legge, secondo la maggior parte dell’opposizione dell’epoca tra cui Margherita e Ds, era spostare i Processi Imi-Sir, Lodo Mondadori e Sme -Ariosto, da Milano a Brescia, perché gli imputati Berlusconi e Previti ritenevano i giudici meneghini prevenuti nei loro confronti. Non troppo velatamente diede conferma di questa teoria anche lo stesso relatore, il parlamentare dell’Udc Leonzio Borea, con questa dichiarazione:
«Noi facciamo leggi erga omnes, non per alcuni imputati eccellenti, ma per l’ ufficio giudiziario di Milano occorre intervenire, per dare serenità agli imputati del processo Sme».
Il 29 gennaio 2003 nonostante questa legge la Cassazione stabilì l’ imparzialità dei giudici milanesi e non fece traslocare il processo. Prima di questa sortita gli imputati e avvocati dell’epoca tentarono la strada della ricusazione, anch’essa negata, per poi passare dopo l’inutile attuazione della legge Cirami alla realizzazione del Lodo Schifani. Tutte azioni che avevano come base un unica argomentazione: il sospetto. «Il giudice è comunista, è politicizzato, è prevenuto» sono le frasi che hanno riecheggiato nel cervello di ogni cittadino italiano. Più recentemente possiamo ricordare il caso del giudice Gandus, definito «un mio nemico politico» dal Presidente del Consiglio e accusata fra l’altro di aver partecipato a manifestazioni politiche. Lo stesso pm barese, Pino Scelsi, promotore delle indagini che riguardano anche le ragazze ospiti a Villa Grazioli, è stato recentemente attaccato dai giornali del Cavaliere. Questi sono solo alcuni esempi di come il sospetto viene incentivato, cosi da far nascere anche nella popolazione il dubbio che, anche in caso di una eventuale sentenza sfavorevole, questa non debba avere un valore attendibile perché spinta da altri fattori solitamente politici. In questi giorni però, il sospetto nei confronti dei giudici è stato messo da parte. La ragione è una cena avvenuta a casa del giudice della Corte costituzionale Luigi Mazzella, a cui ahn partecipato il collega Paolo Maria Napolitano, il premier Silvio Berlusconi, il Guardasigilli Angelino Alfano, il sottosegretario Gianni Letta, i presidenti delle commissioni Affari costituzionali della Camera Donato Bruno e del Senato Carlo Vizzini. Secondo i diretti interessati questa cena è stato solo un normale incontro tra amici. Mazzella, sentitosi offeso da alcune insinuazioni scaturite da questa cena “anomala”, ha dichiarato:
«A cena invito chi voglio. A casa mia vengono tutti, dall’estrema sinistra alla destra, sono amico personale di Bertinotti e di tante altre persone che vivono nel mondo della politica»
Le insinuazioni a cui si riferisce il giudice costituzionale vengono soprattutto dal leader dell’Italia dei Valori, Antonio di Pietro, che ha chiesto ufficialmente le dimissioni dei due membri del Corte presenti alla cena e del ministro della Giustizia. Il motivo? Il 6 ottobre prossimo i due giudici voteranno per stabilire la legittimità del Lodo Alfano, legge che da l’immunità alle 4 più alte cariche dello stato, entrata in vigore il 22 luglio scorso. Una legge che per ora sembra avere un solo “utilizzatore finale”, il premier Berlusconi. La presenza a quella cena del “creatore” , del primo “beneficiario” e di chi ne deciderà la sua validità o meno, fa nascere normalmente dei sospetti. A queste accuse ha risposto anche Elio Vito, ministro per i rapporti con il parlamento (non presente alla cena), dichiarando che a casa di Luigi Mazzella il 26 giugno era avvenuto solo «un incontro conviviale, durante il quale non si è parlato del lodo Alfano». Tale affermazione non ha convinto Antonio Di Pietro che ha commentato: «solo lo scemo del villaggio potrebbe escludere che abbiano parlato del “problemaccio” incostituzionalità» del Lodo Alfano. Ricorda inoltre a Mazzella un punto molto importante:
«Ricordo quanto gli studenti di giurisprudenza apprendono nei primi mesi di studio: mentre i giudici ordinari, in casi simili al suo, devono astenersi e possono essere ricusati, tali provvedimenti non sono stati previsti per la Corte Costituzionale, per il semplice fatto che, fino allo scorso maggio, era inimmaginabile che un giudice della Corte, rivendicando la sua amicizia personale con un imputato interessato alle decisioni della Consulta, lo invitasse a casa sua alla vigilia di un giudizio che lo coinvolge, addirittura insieme al ministro della Giustizia, che quella legge “ad personam” aveva promosso ed ordito»
Bruno Tinti, ex Procuratore della Repubblica di Torino, ne dà la stessa lettura spiegando che per legge i due membri della corte avranno tutto il diritto di votare e argomentare il 5 ottobre. Tinti però, dal punto di vista morale, fa un esempio personale molto eloquente:
«Però io mi chiedo; ma se, quando facevo il procuratore della Repubblica, mi avessero beccato a cena con un imputato di un processo in cui facevo il pubblico ministero (o, se è per questo, con un imputato, anche se io con il suo processo non c’entravo per niente); a parte l’astensione, la ricusazione, togliermi il processo e tutte le belle cose previste dalla legge; ma cosa mi avrebbe detto (e fatto) il ministro della Giustizia Alfano?»
Nel coro dei “dissidenti” si sono aggiunte nuove voci, che sicuramente sono le più importanti dal punto di vista giuridico e mediatico perché appartengono ad altri membri della Corte costituzionale. Le loro dichiarazioni sono chiarissime:
«Non c’è bisogno di regole scritte per obbligare uno di noi a non andare a cena con il premier alla vigilia di una decisione che lo riguarda in pieno. La decisione sul lodo Alfano, com’è stata quella sul lodo Schifani, rappresenta un unicum. Abbiamo di fronte leggi del tutto particolari, che non sono astratte, che non riguardano migliaia di cittadini, ma uno solo. E a uno solo sono state applicate. Quell’uomo politico, quel presidente è Berlusconi. La decisione della corte perde la sua astrattezza, si cala inevitabilmente nel personaggio, ne decide la sorte politica. Può uno di noi, alla vigilia di questa decisione, andare a cena con quest’uomo? No, non può.E non è necessario che ciò sia scritto o vietato. Lo dice il buon senso comune. Se la nostra opzione dev’esseresopra le parti, come sarà, i comportamenti devono essere sterili, come se fossimo in sala operatoria»
Questi membri delle corte sono rimasti nell’anonimato. Peccato. Sarebbe stato divertente veder spuntare di nuovo il “legittimo sospetto” nei confronti dei giudici, quelli “comunisti” però, e con poco appetito.
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