I politici hanno diritto alla privacy?
Ha sorpreso tutti, soprattutto Silvio Berlusconi, l’intervista apparsa in questi giorni sulle pagine di Vanity Fair, rilasciata da sua figlia Barbara, primogenita del matrimonio con Veronica Lario. Osservazioni quelle della ventiquattrenne laureanda in economia che hanno mandato in agitazione gli ambienti vicini al presidente, tanto da obbligare la stessa a rilasciare delle precisazioni nella serata di ieri. Non è stato un attacco politico quello di Barbara, come qualcuno già cerca di far passare per difendere il premier da indefinite accuse, ma delle serene considerazioni sulle responsabilità e i vincoli che legano gli uomini politici al comportamento che devono mantenere come rappresentanti del loro paese.
«Non credo che un uomo politico possa permettersi la distinzione tra vita pubblica e vita privata». Già, perchè da mesi, con il susseguirsi di pesanti e compromettenti scandali, come la vicenda di Noemi Letizia, le foto di Zappaddu e le feste a Villa Certosa con le escort, l’entourage del premier si è dedicato principalmente a difendere il diritto alla privacy e a negare qualunque fatto documentato sui giornali di mezzo mondo. La privacy è più importante dei fatti, qualunque essi siano. Questa è la tesi difensiva sostenuta. Barbara con la sua intervista ha semplicemente risollevato un problema che stava cadendo nella solita smemoratezza italiana. E’ giusto che un politico faccia ciò che vuole, in privato e non, quando rappresenta milioni di persone?
A questa domanda Barbara Berlusconi ha risposto: «Penso che una società esprima un senso della morale comune. I rappresentanti politici che sono chiamati a ben governare, a far prosperare la comunità, sono anche tenuti a salvaguardare i valori che essa esprime, possibilmente a elevarli». Questa frase è molto importante, ed è una degna risposta a tutti coloro che difendono un’idea di privacy assoluta per tutti, come chi dice che «Berlusconi può fare ciò che vuole in casa sua». Essere un politico, ossia scegliere di rappresentare delle persone, i loro bisogni, i loro sogni, le loro aspettative, i loro valori, significa smettere di essere semplicemente un cittadino, ossia un soggetto giuridico che nella sua casa, intesa come luogo simbolico della propria intimità, può fare tutto ciò che vuole senza temer giudizi. Un politico deve sempre essere soggetto a critiche, perchè il suo comportamento determina il futuro di altre vite oltre alla sua. Per tal ragione non è forse legittimo che i cittadini siano informati sullo stile di vita dei loro rappresentanti? Non è forse giusto che i cittadini sappiano se un politico si droga, va con le prostitute, si schiera a favore della famiglia ma poi tradisce la moglie, o ancor peggio, parla al telefono con dei mafiosi? Il richiamo repentino alla privacy, per delle figure politiche di un paese tra i più corrotti al mondo come l’Italia, concretizza l’idea che qualcuno abbia un pò la coda di paglia. Chi non teme giudizi per le sue nefandezze non si nasconde. Ma in un paese come il nostro con dozzine di condannati in Parlamento e un premier plurindagato, di fatti da nascondere ce ne sono parecchi.
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Diego Tomasoni
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Gianvito Rutigliano
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