Gas ed elezioni, così Putin punta all’Ucraina
Putin chiama le cancellerie europee e lancia l’SOS di Kiev: «Se l’Ucraina ha problemi a pagare il nostro gas, sia l’Unione Europea a prestarle i soldi». A chi lo dice? All’Unione europea (Ue) e agli ucraini che a gennaio andranno a votare per eleggere il nuovo presidente. E Mosca vuole assicurarsi che il neoeletto presidente sia quello più comodo per sè.
Per l’Europa, si tratta di un avvertimento: il gas russo in arrivo va pagato. Se Kiev non arriva a fine mese e rischia il gelo: sia l’umanitaria Bruxelles a fare beneficienza, noi non la faremo di certo. D’altronde - sembra sottolineare il premier russo - è nell’interesse dell’Ue il benessere dell’Ucraina, un’interruzione di gas metterebbe in frigorifero (o almeno in bolletta) anche le case di Berlino e Parigi.
Ma il messaggio è anche per gli ucraini, appena entrati in una campagna elettorale che si preannuncia infuocata. Putin sta dicendo al popolo di Kiev che, se soffrono, può sempre chiedere aiuto all’Unione Europea, come d’altronde declama il presidente uscente Yuschencko, filo-europeo e accanito sostenitore dell’indipendenza economica da Mosca.
Chiariamolo subito, Putin vuole tutto fuorchè la deriva europeista del suo ex vassallo: tutta la sua politica energetica, al pari dei carri armati del regime sovietico, mira a riportare nell’ovile le pecore fuggite, adescate dalle sirene occidentali. Il premier-zar ha già scelto il suo cavallo di battaglia (o cavallo di Troia, potremmo dire, all’interno della politica ucraina), e si chiama Julia Timoschenko. La volitiva Julia, ex collega di coalizione di Yuschenko ai tempi della rivoluzione arancione e attuale primo ministro, che affrontò un anno fa le ire di Mosca e che ora ha deciso di giocare una difficile partita di equilibrismo tra est e ovest. Putin la vuole eletta presidente a gennaio perché sa che è più trattabile di Yuschenko e al contempo più presentabile del leader comunista Yanukovich ad un’Europa che mal sopporta i leader poco trasparenti.
Ed ecco la prima mossa della campagna elettorale, effettivamente di fine acume politico. L’idea di Putin è di spingere il popolo di Kiev ad affidarsi all’Europa: suggerirgli che i problemi potrebbero essere risolti dalla magnanima Unione con un semplice prestito (come quelli a fondo perduto che da anni impediscono il collasso dell’economia ucraina). E aspettare la loro delusione, quando Bruxelles, timidamente, con grande imbarazzo, rifiuterà l’offerta. Perchè, confida Putin, l’Europa non può accettare davvero la sfida: i governi europei non hanno neanche un euro da dare a Kiev. I paesi dell’Eurogruppo si dibattono tra la disoccupazione in crescita e il debito pubblico sul punto di esplodere, trascinandosi forse dietro i capisaldi di Maastricht e il senso stesso della comunità economica europea. Quindi, non aiuteranno l’Ucraina minacciata dal gelo. Per il semplice motivo che non possono.
E come reagiranno gli ucraini ad un educato e composto “arrangiatevi” di Barroso? Correranno tra le braccia di chi promette un accordo con la Russia: qualcuno che si offre di garantire le forniture di gas per l’inverno, sacrificando fette di controllo della nazionale Naftogaz e posti chiave nell’industria ucraina. Qualcosa di cui l’ucraino comune non sentirà molto la mancanza, se può contare fin da subito su riscaldamento e bollette meno astronomiche. E quel qualcuno già c’è, visto che un simile “miracolo” lo ha già fatto l’inverno scorso (anche se in ritardo…): Julia Timoschenko. La Giovanna D’Arco dell’Est, anche se non si capisce “quanto” a Est.
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Alex
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Simone Pomi
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