Affresco italiano di classe dirigente
Circa venti giorni fa mi squilla il cellulare. E’ una mia vecchia amica dei tempi dell’università, una di quelle conoscenze che sfumano via con il passare del tempo e l’aumentare delle distanze che inevitabilmente causa la vita ma che comunque si ricordano con piacere. “Ciao Emilio! Sono *** come stai? Che fai nella vita?” Bene – rispondo - il giornalista, . “Io invece mi sono laureata e adesso sono tornata in Sicilia. Non ho programmi e devo decidere cosa fare, sempre che il Senatore non mi richiami su”. Il senatore? Chiedo. Pochi istanti dopo mi sarei reso conto che in Sicilia di “Senatore” ce n’è soltanto uno. ”Ma si lui, il senatore, Dell’Utri“. Cerco di mascherare la sorpresa e anche un po’ d’imbarazzo e vorrei risponderle “guarda che stai parlando con la persona sbagliata”, ma invece resto in silenzio – o quasi – e la lascio parlare, il caso mi interessa. “Ma dai, e come lo conosci?”, chiedo.
“A Milano ho partecipato ai Circoli promossi dal senatore Dell’Utri, è una gran persona“, mi spiega. Peccato sia stato condannato in primo grado per concorso esterno in associazione mafiosa (adesso ci sarà il processo d’appello), “ma gliel’hanno detto?” mi chiedo. “Poi – continua *** – volevano farmi responsabile (di non ricordo quale àmbito) ma i partecipanti non vedevano di buon occhio che una donna venisse eletta e quindi me ne sono andata e sono tornata in Sicilia”. Tutto finito quindi? No. Anzi. Due giorni fa la telenovela continua con un’altra telefonata: “Ciao Emilio! Come va?”. Bene, rispondo. “Sai che sto per ripartire, torno a Milano, lui mi ha richiamato su“, per collaborare a non so quale progetto, mi spiega. “Lui chi?”, chiedo. “Ma come lui chi? Lui, il Senatore – pausa – Dell’Utri”. Confesso che mi è sembrato davvero molto strano che “lui” in persona l’avesse chiamata, sarà stato qualcuno del suo staff, ma resto in silenzio. ”Ma non ti ho detto che lo conosco?”, ricomincia. “Si si, me lo hai detto”. La telefonata si conclude poco dopo, anche per una mia non nascosta insofferenza verso questa pagliacciata. La prossima volta che richiama – se richiama – chiederò a *** se è a conoscenza delle condanne del suo mentore e cosa ne dica il suo senso critico e la sua capacità di scelta in relazione a questi fatti. La cosa che impressiona, però, è la convinzione di queste persone che di sicuro conoscono la vicenda processuale di uno come Dell’Utri ma si fanno convincere dal politico di turno che tutti i giudici sono comunisti perché hanno condannato il dirigente della loro parte e che si sta dalla parte giusta solo se si prendono a scatola chiusa certi slogan, senza discuterli, senza vagliarli, quasi che fossero prepensati. Delegare il senso critico, credo, è ciò che ci fa perdere la capacità e il diritto di essere cittadini.
Ma veniamo a lui, al Senatore. «L’11 dicembre del 2004, la V sezione penale del Tribunale di Palermo – presidente Leonardo Guarontta, giudici a latere Gabriella Di Marco e Giuseoppe Sgadari – condanna Marcello Dell’Utri a 9 anni per concorso esterno in associazione mafiosa e il coimputato, Gaetano Cinà, a 7 anni per associazione mafiosa. I 9 anni sono andati ad aggiungersi ai due anni (in primo grado) già rimediati da Dell’Utri a Milano, per tentata estorsione in condominio con il bossdi Trapani, Vincenzo Virga, e ai 2 anni e 6 mesi (definitivi), collezionati a Torino per le false fatturazioni e le frodi fiscali in Publitalia» (da “L’amico degli amici – Perché Marcello Dell’Utri è stato condannato a 9 anni per concorso esterno in associazione mafiosa, la requisitoria dei PM e la memoria della difesa”, a cura di Peter Gomez e Marco Travaglio, ed BUR). Toccherà ricordarlo anche a ***, alla prossima telefonata.
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