Crisi: la Tobin Tax e l’America che torna a speculare
Il G20 di St Andrews, in casa dello sfortunato premier laburista Gordon Brown, sembra aver deciso una sola cosa: che non è il momento di agire. Sul clima (argomento rinviato al summit Onu di Copenhagen, tra un mese) c’era da aspettarselo, ma neanche sulle regole della nuova finanza post-crisi le grandi economie della terra sanno decidersi. Brown ha lanciato la proposta di congelare le smanie delle bolle speculative future con un’imposta mirata, detta Tobin Tax, che potrebbe riportare le banche d’investimento verso attività più stabili. I primi a dire no al povero Gordon sono stati gli americani: per Tim Geithner, segretario al Tesoro, Washington non può ancora permettersi freni all’attività economica, proprio ora che le cose cominciano a girare per il meglio. Ma non era proprio una “lezione di correzione” a Wall Street quella che voleva dare Obama nel suo mandato?
Una Tobin Tax “è qualcosa che non siamo pronti a sostenere”, dice il segretario al tesoro americano a margine del G20. Una strana considerazione, se si legge il contenuto della proposta. Si tratta di una tassa sulle transazioni finanziarie, con un’aliquota compresa tra lo 0,05 e l’1%: abbastanza leggera da non danneggiare le operazioni di finanziamento tradizionali, sufficientemente pesante da tagliare i profitti da speculazione su tassi, derivati e cambi. Lo strumento giusto, sembrerebbe, per riportare all’ovile di Mean Street (l’economia reale) le banche d’investimento, ancora infatuate dei facili guadagni di Wall Street.
Geithner spiega così il suo rifiuto: “se mettiamo i freni troppo presto, indeboliremo l’economia e il sistema finanziario, la disoccupazione salirebbe, più aziende fallirebbero, i deficit aumenterebbero e il costo finale della crisi sarebbe maggiore”. Argomentazione poco convincente, dal momento che a ripartire dev’essere l’economia reale, e non solo i profitti speculativi delle grandi banche. Lasciare briglia sciolta alla finanza è davvero indispensabile?
Il fatto è che le banche hanno ripreso già da mesi a speculare. In particolare negli Stati Uniti. Già dai primi mesi del 2009 il vecchio vizio di fare della speculazione un’arte, è riemerso in tutta la sua creatività. Tra gennaio e giugno, nei bilanci delle prime 25 banche statunitensi il volume dei titoli derivati (proprio quelli che hanno generato la crisi finanziaria del 2008) è salito di altri 1.500 miliardi, portando il totale alla stratosferica cifra di 203mila miliardi di dollari. Una cifra quasi impronunciabile: 30mila miliardi in più della stagione pre-crisi Lehman, il doppio del 2006 e dieci volte tanto il valore di questi strumenti solo una decina d’anni fa.
L’aspetto più inquietante è che questa montagna di derivati, (rischiosi per definizione), poggia su un margine di attivo di “appena” 7600 miliardi: come dire che su ogni dollaro guadagnato, ce ne sono 26 di titoli speculativi. E questo è il dato medio. Goldman Sachs mette a bilancio derivati 300 volte più grandi del suo attivo, mentre Jp Morgan ha in pancia 48 dollari in derivati per ogni dollari di attivo. Sembra che queste banche abbiano deciso che il modo migliore per uscire dalla crisi, dopo il generoso aiuto del governo americano, era di ripetere il procedimento che l’aveva creata: tornare a speculare su tassi, valute, cambi con i mercati al rialzo, con ancora molto capitale preso a prestito. Il vecchio trucco del denaro estratto dal cilindro, come per magia. A trainare i profitti di Jp Morgan e di Goldman, oggi, sono di nuovo le divisioni trading e banca d’investimento, le punte di diamante della speculazione finanziaria pre-Lehman. Il risvolto della medaglia incombe: lo scarto tra economia reale e iperuranio finanziario si allarga, minacciando nuove bolle o almeno una ripresa più lenta. E davvero risulta difficile vedere, aldilà di ragioni lobbistiche e politiche della nuova amministrazione, le motivazioni economiche della linea di Geithner.
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