Le moderne guerre di religione e l’uso improprio della TV
Il web si è scatenato contro la Santanchè, ultima della lista di persone che attraverso il mezzo televisivo si cimenta nell’insulto libero, che sia una corte, un giudice, una razza, una religione e per l’ultimo caso in particolare, il profeta Maometto. Giudicare la persona è facile ma risulta più saggio in questo momento valutare il programma, il presentatore o la televisione stessa. Questo mezzo di “distrazione di massa”, anche se in modo meno lampante e diretto come ad esempio per il Caso Mesiano, viene costantemente usato per subdoli motivi come promulgare l’odio e la xenofobia. Domenica scorsa non è stata la prima volta che un pomeriggio della rete ammiraglia di Mediaset è diventato uno scontro di religioni, un “guerra santa televisiva”.
Gli scontri e le urla sono il pane delle domeniche televisive oramai da 10 anni, dall’avvento del Grande Fratello. Ricordare la giocherellona e spensierata coppia Cuccarini-Columbro degli anni passati fa nostalgia. Ora invece si vuole portare nelle case argomenti “seri ed importanti” senza però valutare la necessità di conduttori e ospiti ugualmente responsabili, dediti ad informare con serietà invece che lanciare insulti. Un esempio concreto del problema può essere appurato nella puntata del 15 ottobre scorso, dove gli ospiti della trasmissione della D’Urso erano Daniela Santanchè e il leghista Gianluca Buonanno. Urla, “nazionalismo esasperato” ed insulti a ragazzi islamici ospiti in studio: «Torna al tua paese! Vai fuori dalla padania! Tagliati la barba!».
Gli stessi ragazzi hanno notificato al parlamentare leghista di essere italiani da generazioni, ma nonostante ciò per l’On. Buonanno la cittadinanza non è una priorità se hai il difetto di essere di un’altra religione e di avere la barba lunga. L’apice dello scontro è stato quando uno dei ragazzi musulmani ha ricordato l’utilizzo igienico che la Lega Nord intendeva fare del tricolore (Bossi disse: «con il tricolore mi ci pulisco il culo» n.d.r.), dimostrando così di non sentirsi meno italiano di chi si professa tale solo sotto elezioni, pensando invece alla secessione il resto del tempo.
Fatti simili sono andati in onda anche domenica 9 novembre, quando nel corso del dibattito incentrato sulla questione del crocefisso Daniela Santanchè ha definito Maometto un «poligamo e pedofilo». Un attacco gratuito al simbolo di un’altra religione, volutamente indicato a denigrare e non a portare avanti un discorso più ampio e di cooperazione, visto poi che lo stesso Ali Abu Schwaima, presidente del Centro Islamico di Milano e Lombardia presente in studio, ricordava proprio in trasmissione il grande rispetto dell’Islam per la figura di Gesù Cristo («uno dei nostro 5 maggiori profeti») e la loro assoluta tolleranza del crocefisso nelle scuole.
In entrambe le occasioni la cosa che mancava di più era un vero moderatore. Un persona almeno apparentemente non schierata che si districasse e limitasse gli insulti, cosa che la povera D’Urso non ha minimamente fatto. Quello che ne esce è una visione desolante, dove il telespettatore medio aumenta il suo odio verso altre culture e tra i due urlatori sceglie quello nostrano «perché è a “casa” sua e loro vengono ad “urlare” nel nostro paese», senza valutare dove stia il torto o la ragione. Una divisione “da stadio” anche in questa occasione, dove l’italiano ha tutte le ragioni e i diritti perché il paese è il suo. Così, se non si è telespettatori attenti ed informati, si rischia di essere portati al degenero della cultura e della vera tanto invocata “radice cristiana”. Nessuno di quelli che parla di difesa dei confini, di crocefissi, di islam sa cosa vogliano dire queste parole. Karl Marx diceva che «la religione è l’oppio de popoli», oggi è la televisione a sostituirla. Unirle sarebbe un nuovo invitante cocktail per l’happy hour di canale 5?
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