Integrazione: tra buonismi e clichè nazionalistici
Lo sgombero, giovedì mattina, del campo rom di via Rubattino a Milano, che ha portato un centinaio di rom a occupare la parrocchia di Sant’ Ignazio di Loyola in piazza Borotti, ha riaperto quella che è una delle questioni più spinose della politica sociale italiana. Le tematiche legate all’immigrazione sono sempre all’ordine del giorno, in un’Italia dominata da stereotipi e buonismi dal sapore più politicizzante che realista. Se da un lato c’è chi grida alla violazione dei diritti umani, dall’altro ci sono abitanti stanchi del degrado, della delinquenza e dei disagi che la presenza di un campo rom nelle vicinanze comporta.
In Italia, a seguito dell’ordinanza di protezione civile del 30 maggio 2008 di procedere all’identificazione di tutti coloro che vivono nei campi nomadi, il Ministero dell’Interno ha costituito un gruppo di lavoro con le amministrazioni interessate, con il compito di elaborare un piano di attuazione degli interventi successivi al censimento. Sono stati individuati complessivamente 167 accampamenti, di cui 124 abusivi e 43 autorizzati, ed è stata registrata la presenza di 12.346 persone, tra le quali 5.436 minori. Particolari tensioni aveva scatenato la proposta del ministro Maroni di schedare i bambini rom con tanto di impronte digitali, così da rendere più facile l’inserimento dei bambini all’interno delle strutture scolastiche; difatti, la condizione di nomadi dei rom contribuisce a renderli ingestibili dal punto di vista legale ed amministrativo; a ciò, si sono aggiunti, nel corso degli anni, pregiudizi più o meno giustificati.
Verrebbe da chiedersi, dunque, se le recriminazioni di stampo leghista non abbiano, qualche volta, anche un fondo di verità. Che la mancanza della certezza della pena in Italia sia un dolce richiamo per i delinquenti d’oltralpe o d’oltremare? La politica del “vanno bene tutti, accogliamo tutti” è davvero produttiva, in termini di integrazione, o può risultare addirittura controproducente? Non si può negare il fatto che oggi, in Italia, l’illegalità sia quasi più premiata dell’onestà, a partire dal basso (il lavoro in nero), per arrivare fino agli strati più alti della società (lo scudo fiscale). Tutto ciò va a scapito sia nostro, in quanto cittadini italiani, sia di quelle persone, straniere, che arrivano in Italia non per delinquere, ma per cercare una nuova vita, un nuovo lavoro, una nuova possibilità. Il problema principale legato all’immigrazione e all’integrazione di etnie diverse all’interno della società italiana è dunque quello della legalità. Con “integrazione” si intende:
[…] l’insieme di processi sociali e culturali che rendono l’individuo membro di una società. […] Nelle società con un alto grado di divisione del lavoro l’integrazione è ottenuta tramite l’adesione formale dei suoi membri ai principi sanciti da ambiti culturali quali la morale e l’etica, codificati in sistemi normativi di tipo legislativo […] (Wikipedia)
Un ottimo punto di partenza per un dialogo costruttivo ed una crescita sociale potrebbe essere il progetto di “cittadinanza breve” proposto da Fabio Granata (Pdl) e da Andrea Sarubbi (Pd), volto ad accorciare da dieci a cinque anni il tempo necessario ad un immigrato (con reddito stabile e buona conoscenza della lingua italiana) per ottenere il passaporto italiano, e a naturalizzare il minore nato in Italia da stranieri, se uno dei due genitori vi soggiorni dal almeno cinque anni, e il minore che abbia completato con successo almeno un ciclo scolastico nel nostro paese. Chi volesse inoltre usufruire di questa legge per ottenere la cittadinanza italiana, dovrebbe prestare giuramento vincolante sulla Costituzione Italiana, senza il quale il processo di cittadinanza verrebbe sospeso o bloccato. Ecco dunque l’importanza della legalità, del rispetto delle leggi imposte dal paese “di arrivo”. Il progetto di legge per la cittadinanza breve si orienta appunto in questa direzione, rifiutando la cittadinanza a quegli individui che rifuggono, per cultura o per interesse, la legge italiana. Tuttavia, in un paese come l’Italia, tutto ciò fa quasi sorridere. Gli stranieri –accusati da telegiornali, quotidiani partigiani, fazioni politiche ed opinione pubblica- di essere la rovina dell’Italia, i ladri dei posti di lavoro e i delinquenti ‘sempre e comunque’, potrebbero in un futuro non troppo lontano prestare giuramento sulla stessa costituzione che gli italiani stessi, oramai, utilizzano come carta straccia. Alla faccia di chi non crede nell’Italia multiculturale.
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Erica Balduzzi
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Emilio Fabio Torsello
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Simone Pomi
