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Diritto di critica | January 19, 2019

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Craxi, il denuclearizzatore - Diritto di critica

Giunti all’apice del revisionismo su Craxi, toccato ieri sera dal direttore del TG1 Minzolini nel suo ultimo editoriale, sarebbe ora il momento di parlare di un fatto nella vita politica dell’ex segretario del Psi che inspiegabilmente nessun dei suoi attuali estimatori osa però ricordare con la dovuta forza. Non ci riferiamo alle sentenze accertate come quelle per le tangenti alla Eni-Sae e alla Metropolitana Milanese e neanche al periodo politico ’83 – ’87 quando il Governo Craxi, come ha ricordato anche enfaticamente il deputato leghista Fedrigo «produsse il tasso di disoccupazione più elevato del dopoguerra e contribuì in misura di oltre venti punti percentuali all’aumento del debito pubblico in rapporto al PIL».

Il fatto di cui nessuno osa parlare oggi è il suo totale appoggio al referendum contro il nucleare. In una conferenza stampa del 15 ottobre 1987 Craxi spiegò il motivo per cui il Partito Socialista in toto si apprestava a votare i 5 SI abrogativi ( tre dei quali sulla abolizione del nucleare) in merito alla  questione referendaria voluta e portata avanti dagli stessi socialisti insieme al Partito Liberale e al Partito radicale. Campagna che ebbe infatti i suoi frutti l’8 novembre successivo quando l’ 80% netto degli italiani votò contro l’energia atomica. Un  motivo per cui oggi questo fatto non viene ampliamente ricordato potremmo trovarlo anche in queste frase:

«Avevamo pronte due centrali nucleari per la produzione dell’energia elettrica e la sinistra ambientalista ecologista e i Verdi hanno proibito che questo accadesse».

Sono parole del dicembre 2008 pronunciate dall’attuale premier Silvio Berlusconi come preambolo delle successive leggi fatte dell’esecutivo in favore dell’energia atomica. Un tentativo come sempre ben riuscito di accusare i “nemici” attuali di quanto avvenuto con il referendum del ’87,  cosi da ottenere un consenso maggiore e per di più senza danneggiare la memoria di vecchi amici. Particolare dimenticato anche da Bruno Vespa che in un suo articolo per Panorama addossava le colpe maggiori del referendum a Claudio Martelli, seguito a ruota da PCI e DC «terrorizzati dalla campagna demagogica che si scatenò dopo Chernobyl» e aggiungendovi anche l’azione «della lobby petrolifera che fece il resto». Vespa in questo articolo ricordava anche i soldi spesi per lo smantellamento o per la riconversione delle centrali come quella «di Montalto di Castro che costò 10 mila miliardi di lire». Nome, quello del paesino viterbese che ad un attento giornalista come Vespa dovrebbe riportare ancora alla mente il leader dei socialisti, proprio perché «rinviato a giudizio per le tangenti che sarebbero state pagate sugli appalti per la costruzione delle centrale elettrica» di Montaldo. Ritornando infine sugli ulteriori costi dovuti all’abbandono totale dell’energia nucleare,  il Comitato Italiano per il Rilancio del Nucleare presume un danno derivante al nostro Paese di oltre 100 miliardi di euro.

Alla luce di questo una domanda la dovremmo pur porre a quelli che oggi si dichiarano sia pro-nucleare che “craxiani“. Cosa dovrebbero dirci? Che il nucleare era giusto ma Craxi “bloccandolo” fece perdere all’Italia un sacco di soldi? Facendo una rilettura semplice e veloce di quello raccontato finora dovrebbero dir cosi ma poi si potrebbe definire ancora statista una persona rea a loro occhi di questo enorme sbaglio?

Altre fonti: Verrà il giorno…