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Diritto di critica | January 19, 2019

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La riforma fiscale a beneficio dei ricchi: una simulazione su dati reali - Diritto di critica

Lavoce.info pubblica oggi un articolo di Massimo Baldini e Simone Pellegrino che mostra gli effetti della riforma fiscale che Silvio Berlusconi avrebbe voluto attuare (e che probabilmente non avrebbe attuato comunque, come tutte le altre precedenti). Parlo qui solo degli effetti, con alcune mie integrazioni, e rimando all’articolo originale per chi volesse approfondire.

Brevemente, Berlusconi voleva creare un sistema basato su due sole aliquote, ovvero tasse al 23% fino a 100mila euro e 33% oltre. Già da questo punto di vista, la riforma non interessa i più poveri, ovvero la metà della popolazione italiana: chi ha un reddito di quindicimila euro l’anno o inferiore, infatti, già paga il 23% di tasse, ed è escluso da qualsivoglia riforma. Si pagava tot di tasse prima e si continuerà a pagare tot di tasse dopo.

Oltre i quindicimila inizia ad esserci un risparmio, che cresce man mano che si diventa più ricchi. Se infatti chi guadagna fra i 15mila e i 20mila euro l’anno ha un risparmio medio in percentuale pari allo 0,5%, chi ne guadagna più di 100mila vede questa percentuale arrivare all’11,5%, ovvero, detto in soldoni, i primi risparmiano mediamente 92 euro l’anno, i secondi quasi 22mila.

Ancora non siete convinti che è una riforma a vantaggio dei più ricchi? Guardiamola così: oggi il 98,2% dei contribuenti guadagna meno di 75mila euro l’anno. Oltre questa soglia si paga l’aliquota più alta, ovvero il 43%. Se venisse messa in campo una riforma del genere, solo meno dell’1% dei contribuenti, ovvero i ricchissimi, godrebbero di enormi risparmi fiscali. Tutti gli altri risparmierebbero fra lo zero e le briciole.

Gli effetti sono evidenti: viene dissolta ogni forma di redistribuzione del reddito (per quanto la progressività prevista dalla Costituzione venga formalmente salvaguardata). Chi è povero non ci guadagna niente; chi sta in mezzo guadagna un tozzo di pane; chi è ricco diventa ancora più ricco.

Ma attenzione, ricordate l’idea complementare di Giulio Tremonti, quella di tassare i consumi? Come dicevo in un altro articolo, in cui ho introdotto le leggi di Engel, una simile idea manderebbe in malora tutto il resto: i poveri pagherebbero ancora più tasse di prima; quelli di mezzo perderebbero il tozzo di pane guadagnato prima (e anche di più); per i più ricchi le cose resterebbero sostanzialmente indifferenti.

Se questa è l’impostazione della riforma fiscale (ovvero riduzione delle aliquote sui redditi e aumento delle tasse sui consumi), il risultato è un disastro. Il taglio delle tasse c’è, per pochi ricchi e ricchissimi, ma c’è, e tanto basta per poterlo sbandierare su tutte le reti televisive, a beneficio dei creduloni, spesso i poveri stessi che non solo non ci guadagnano nulla da questo taglio delle tasse mediatico, ma addirittura ne pagheranno ancora di più per compensare le tasse che i ricchi non pagheranno più.

Si può aggiungere che i poveri e i medi, vedendo che nelle loro tasche i soldi escono più facilmente, alla fine i consumi li ridurrebbero, quindi la compensazione non ci sarebbe neppure. E come fai a trovare i 24 miliardi di euro che mancano? Aumentando ancora di più il debito pubblico (ma sì, che sarà mai un debito del 200%, chi ci vuole rimanere nell’euro, in fondo)? Facendo lotta all’evasione dopo che hai fatto lo scudo fiscale? Tagliando gli sprechi che qua già non c’è la carta igienica nelle scuole?

La riforma fiscale, Berlusconi, la tirerà fuori ancora, in questa e nelle prossime campagne elettorali. Ma farla non si può, almeno non come è stato annunciato, a meno di non far fallire il Paese entro i prossimi pochi anni.