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Diritto di critica | June 15, 2019

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Il Lodo Provenzano - Diritto di critica

Massimo Ciancimino, figlio dell’ex sindaco di Palermo è  ritenuto attendibile dai giudici della seconda sezione del tribunale di Palermo. Il 27 gennaio scorso depositando le motivazioni della sentenza con cui condannavano per mafia, a 10 anni, l’ex deputato regionale di Forza Italia Giovanni Mercadante (dove il  Ciancimino ha testimoniato citato dall’accusa) i giudici hanno messo nero su bianco  le motivazioni di questa decisione:

«Quel che è certo  e che può indiscutibilmente affermarsi nel presente processo è che egli (Massimo Ciancimino, ndr) ebbe realmente modo di assistere a incontri tra il padre e Provenzano e ancora del padre con Lipari e Cannella nella propria abitazione familiare e nei luoghi domiciliari in cui il padre fu ristretto o confinato, incontri in cui Vito Ciancimino e i suoi interlocutori parlavano di affari, appalti mafia e politica. La vicinanza di Massimo Ciancimino al padre ha fatto di lui un testimone se non un protagonista di riflesso di incontri ed episodi, oggi al centro di interesse investigativo in quanto utili a ricostruire il perverso sistema di frequentazioni alleanze ed accordi politico-istituzionali che fece dei corleonesi dei vari Liggio e Riina un centro di potere oltre che un gruppo di assassini senza scrupoli, capaci di condizionare la storia politico-sociale-economica della Sicilia (e in parte della Repubblica) dagli anni ’70 a buona parte dei anni ’90».

Attendibilità arrivata pochi giorni prima della sua deposizione al Processo Mori-Obinu (avvenuta oggi 01/02/10 n.d.r.) nella quale il secondogenito di Don Vito ha rilasciato nuove e importanti dichiarazioni:

«Mio padre mi disse che Provenzano godeva di immunità territoriale e, da latitante, poteva muoversi liberamente…Questa immunità era garantita da una sorta di accordo, che risale al ’92, a cui aveva partecipato mio padre. Nel 1990 mio padre si fece annullare la carcerazione grazie ai rapporti che aveva in Cassazione»

Un riferimento esplicito all’organo giuridico presieduto in quegli anni da Corrado Carnevale, il giudice che cancellò circa cinquecento sentenze di mafia, molte per vizi di forma e che si guadagno il soprannome l’ammazza-sentenze.  Ciancimino continua nelle sue dichiarazioni parlando anche del rapporto tra Provenzano e suo padre:

«Si vedevano spesso  anche a Roma, fra il 1999 e il 2002. Era vicino a mafiosi che avevano una grande capacità imprenditoriale, come Buscemi e Bonura. Assieme investirono soldi anche in una grande realizzazione alla periferia di Milano che è stata poi chiamata Milano 2….Me lo ricordo da bambino  Bernardo Provenzano, che io conoscevo come il signor Lo Verde, veniva a trovarci spesso nella nostra casa di villeggiatura di Baida, alle porte di Palermo. Solo molto tempo dopo, a fine anni Ottanta, vidi per caso l’identikit di un capomafia sulla rivista Epoca, mentre ero dal barbiere con mio padre. Era Provenzano, riconobbi l’uomo che veniva a casa mia. Chiesi a mio padre di quell’uomo. Mi rispose: stai attento al signor Lo Verde, da questa situazione non può salvarti nessuno

Interrogato dai pubblici ministeri Nino Di Matteo e Antonio Ingroia, il teste racconta anche dell’attività politico-mafiosa del padre il quale «aveva creato un vero e proprio sistema … suo compito era quello di spartire le tangenti dei grandi lavori pubblici di Palermo fra i politici e fra Cosa nostra, sempre tramite Provenzano». Si è parlato anche una linea telefonica riservata, installata nella sua casa di Palermo per le chiamate più delicate, anche se per maggior sicurezza era il figlio stesso molte volte a dover «consegnare buste chiuse a Provenzano». I coimputati  Mario Mori e Mauro Obinu, accusati in questo processo di favoreggiamento aggravato alla mafia proprio per il mancato arresto nel 1995 di Bernardo Provenzano, ora sembrano veder peggiorare la loro situazione e la presunta immunità al boss potrebbe essere la spiegazione  della sua indisturbata latitanza fino al 11 aprile 2006, quando fu arrestato a Montagna dei cavalli, a pochi chilometri da Corleone in un casolare in mezzo ai campi. Un mancato arresto che secondo la Procura di Palermo era parte di un accordo avvenuto durante le stragi del ’92 fra il vertice mafioso e un pezzo di istituzioni (l’entourage del generale Mori). Un patto che avrebbe previsto la cessazione della strategia stragista  in cambio di alcuni benefici per i boss, il cui tramite era proprio Vito Calogero Ciancimino.

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