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Diritto di critica | October 16, 2019

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Permesso a punti e immigrazione sotto pressione - Diritto di critica

Se fino a poche settimane fa il progetto di legge sulla “cittadinanza breve”, scritto a due mani dai senatori Granata (Pdl) e Sarubbi (Pd), e ideologicamente approvato e sostenuto dal presidente della Camera Gianfranco Fini, turbava i sonni dei leghisti e la stabilità dell’asse Pdl-Lega, con l’avvento sul piano politico di tematiche più scottanti, o semplicemente più mediatiche, la proposta è scivolata, con i silenzioso assenso dei suoi stessi fondatori, nell’oblio più assoluto, permettendo alle acque agitate di calmarsi e di riprendere il proprio abituale corso.

Tant’è che, quando gli scontri di Rosarno hanno riportato violentemente il problema dell’immigrazione sulle prime pagine dei giornali, non si è nemmeno pensato di sfruttare l’occasione per riesumare la suddetta proposta come possibilità concreta e fattiva di un’integrazione efficace e meno guerreggiata; al contrario, i toni sono tornati ad alzarsi, tra slogan, dichiarazioni controverse (come la brillante equazione “meno immigrati, meno criminalità”, esposta dal premier Silvio Berlusconi, noto per la sua moderazione e per la limpida fedina penale) e nuove demagogiche proposte per affrontare il problema in perfetta chiave italico-padana.

L’ultima idea è il cosiddetto “permesso a punti”, che prevede per lo straniero due anni di tempo, più uno supplementare, per superare i test di italiano ed educazione civica previsti dall’Accordo di Integrazione (che verrà fatto firmare assieme al permesso di soggiorno, pena il non-rinnovo e, quindi, l’espulsione). Sarebbe interessante sottoporre gli stessi test anche a molti italiani: così, giusto per curiosità. E per stabilire quanto sia corretto pretendere da persone straniere conoscenze e nozioni che mancano anche a moltissimi ‘autoctoni’, visto e considerato che lo Stato non ha previsto né le 150 ore di formazione che prima erano offerte a tutti i lavoratori, né corsi di alfabetizzazione ad ampio raggio.

A ciò si aggiungano la scadenza di sei mesi di tempo (pena la clandestinità, il reato e l’espulsione) posta ad un immigrato che ha perso il lavoro per trovarne un altro -cosa praticamente impossibile, data la crisi massiccia che ha investito il mondo del lavoro, e in particolar modo l’industria, l’edilizia e di servizi, ovvero i settori dove è impiegatoli maggior numero di stranieri- , i tempi lunghissimi utilizzati dalle amministrazioni per il rinnovo del permesso di soggiorno (si parla di una media di 291 giorni, quando per legge la trafila burocratica non dovrebbe durarne più di 20), il tetto del 30% di stranieri nelle classi, posto dal Ministro Gelmini (percentuale che comprende anche i bambini stranieri nati in Italia, dal momento che il documento pervenuto alle scuole non specifica diversamente), e le tasse da pagare quando si presentano le domande per il permesso di soggiorno o la cittadinanza: 70 euro per il primo, 200 per la seconda.

Una serie di espedienti, quindi, mascherati di finto buonsenso ma volti, in realtà, ad una progressiva esasperazione dei toni ed alla creazione di una frattura ideologica tra “buoni” (italiani) e “cattivi” (stranieri), frattura che proprio questi provvedimenti tendono a far allargare sempre di più. I fatti di Rosarno, le disumane condizioni di lavoro degli immigrati e l’ingiusto trattamento al quale sono stati sottoposti, e che li ha spinti alla rivolta, non sono bastati per creare un po’ di umana comprensione, per sviluppare un dibattito serio sul problema e per evitare l’esacerbazione di quel sentimento nazionale diffuso di rifiuto dello straniero, considerato come ‘delinquente’ (per quanto i dati Censis smentiscano questa concezione: la percentuale di stranieri e di italiani nella criminalità è infatti quasi pari). Al contrario, questo sentimento si è acuito, rafforzato e strutturato sempre di più, in un patetico balletto propagandistico e demagogico, volto non ad una coerente ed efficace politica di integrazione di tutte quelle realtà che,volenti o nolenti, ora come ora costituiscono il vero volto popolare dell’Italia, ma alla progressiva delegittimazione umana, lavorativa e sociale, dell’immigrato in quanto ‘categoria burocratica’.

A cosa possa portare, concretamente e a lungo termine, una politica di questo tipo, è difficile dirlo con esattezza. Certo è che queste continue e ingiustificate pressioni non porteranno né alla diminuzione dell’immigrazione clandestina e della criminalità, né ad una felice integrazione. Al contrario. Quando una pentola è tenuta sempre più sotto pressione, e non ha valvole di sfogo, prima o poi esplode. Ci attendono dunque nuove e sempre più drammatiche Rosarno? Chissà.