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Diritto di critica | January 19, 2019

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Petrolio: grandi manovre nel mare Adriatico - Diritto di critica

Si chiama Petroceltic, marca irlandese, e dovrà “sondare” le coste del Gargano alla ricerca dell’oro nero. Da diversi mesi, nonostante il silenzio pressoché totale dei media nazionali, l’Adriatico è finito sotto la lente d’ingrandimento del governo e di alcuni petrolieri. Dopo il “Via” ricevuto dal ministero dell’Ambiente (ma con il parere contrario della Regione Puglia), la Petroceltic Elsa ha ottenuto il parere favorevole a sondare il mare davanti al lago di Lesina, a 12 chilometri dalle isole Tremiti e undici dalla costa e in un’altra zona a 4,5 chilometri dall’arcipelago, paradiso dei sub di fama internazionale. Vendola annuncia ricorsi al Tar per bloccare le autorizzazioni. 

La partita del petrolio, dunque, era quasi sicuramente parte del complicato gioco elettorale delle scorse regionali che ha visto l’ex governatore vincere nuovamente nell’unica Regione amministrata da un partito di estrema sinistra. Secondo due senatori del Partito democratico, Roberto Della Seta e Francesco Ferrante, che hanno monitorato il rilascio delle autorizzazioni in Italia nel settore della ricerca petrolifera, inoltre, «l’escalation impressionante che si è avuta negli ultimi anni con i governi Berlusconi, dal 2001 al 2006 e dal 2008 a oggi, non lascia presagire un esito diverso»: trivellazioni.

I dati confermerebbero le valutazioni fatte dai senatori del Pd. Secondo un monitoraggio realizzato dall’opposizione, infatti, sono ben 16 le attività autorizzate nei nostri mari per l’estrazione o la ricerca di petrolio e coinvolgono sette regioni (Puglia, Emilia Romagna, Marche, Sicilia, Sardegna, Abruzzo e Molise) in aree quasi sempre vicinissime a tratti costieri a vocazione turistica. A questi interventi già autorizzati vanno aggiunte altre dieci procedure di Via e tre verifiche di assoggettabilità a Via ancora in corso. Oltre a Eni, le compagnie petrolifere che strizzando l’occhio ai giacimenti custoditi sotto i nostri mari sono la Northern Petroleum, la Petroceltic e la Puma.

«Questa ricerca di oro nero sui fondali – spiegano Della Seta e Ferrante – non porterà nessun vantaggio agli italiani, perché oltre alle ricadute negative sul turismo e ai rischi ambientali, il petrolio del basso Adriatico è di cattiva qualità: è bituminoso, ha un alto grado di idrocarburi pesanti, è ricco di zolfo. Inoltre le attività di perforazione e produzione di petrolio dal fondo marino contribuiscono per il 2% all’inquinamento marino. A completare il quadro di questa ecatombe per i mari italiani – concludono – ci sono i fluidi e fanghi perforanti che sono usati per portare in superficie i detriti. Sono fanghi tossici e difficili da smaltire, contenenti tracce di cadmio, cromo, bario, arsenico, mercurio, piombo, zinco e rame che vengono poi ingeriti dai pesci che portiamo in tavola».