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Diritto di critica | July 6, 2020

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Niente abolizione delle province care alla Lega, nella "manovra" probabili tasse sulle autostrade - Diritto di critica

Per la serie “notizie che non lo erano”. Che fine ha fatto il dibattito sul taglio alle province previsto dalla Manovra? A quanto pare, nel nulla. O, quantomeno, è stato momentaneamente archiviato. Eppure il cittadino medio sa che questa operazione poteva essere utile per evitare un inasprimento della crisi economica per quanto concerne l’Italia. Una mossa efficace per evitare tensioni pari a quelle vissute dalla Grecia qualche giorno fa. Almeno, questa è stata la percezione.

Ormai sono anni che una frase univoca e rassicurante passa tra televisioni, web e giornali: «Non abbiamo messo le mani nelle tasche degli italiani». Basta copia-incollare la frase su Google per scoprire da quanto tempo e in quante occasioni è stata propinata dal Presidente del Consiglio (più fedelissimi) nel corso dei suoi Governi. Ma, per quanto le tasse non siano “bellissime“, come incautamente affermò il predecessore di Tremonti, Padoa-Schioppa, esse servono proprio per tenere a galla uno Stato dai baratri fiscali. Ovviamente le casse della Repubblica non vengono rimpinguate solo con le imposte, ma anche limando i finanziamenti, divisi tra enti pubblici e privati.

Le province erano solo un nodo dei tanti. Probabilmente il meno indispensabile. Giovanni De Mizio (altro autore di Diritto di Critica), dal suo blog, traccia una mappa lungimirante sulla effettiva cancellazione dalle cartine di territori “non di confine, con un numero di abitanti non superiore a 220.000 e che non appartengano a regioni a statuto speciale”. Tirando le somme, le province da abolire definitivamente sarebbero state nove su 110 (anche se, rimuovendo Matera e Isernia, le competenze delle rimanenti Potenza e Campobasso in Basilicata e Molise sarebbero conseguentemente passate alle rispettive regioni – come per Aosta/Valle d’Aosta – ; in tal caso, il totale concreto sarebbe stato di undici abolizioni).

C’è da chiedersi il perché di questi determinati criteri. Qual è la ragione proprio di “numero duecentoventimila cittadini”? Non potevano essere considerati altri paletti quali la superficie, densità o posizione geografica? E la ratio delle terre di confine? L’Italia è per caso tornata ai tempi di contee e marche? Da cosa dipende, poi, l’esclusione delle regioni a statuto speciale? È indiscutibile l’autonomia di Sicilia, Sardegna (con quattro nuove entità operanti dal 2005 che presentano un massimo di 155.000 abitanti), Friuli Venezia Giulia, Valle d’Aosta e Trentino Alto Adige. Però delle coerenti pressioni, soprattutto in relazione a governatorati della stessa coalizione a capo dell’Esecutivo,  forse sarebbero state comprensibili a causa del delicato periodo storico in atto.

Dopo tanto parlare, quindi, sarebbe stato fallimentare un progetto che prevedeva una rimozione irrisoria rispetto al pensiero di partenza (un decimo del globale, con tutti i paradossi del caso: appena un anno fa sono state istituite Fermo, Barletta-Andria-Trani e Monza-Brianza). A questo punto non sarebbe stato meglio concentrarsi, per rimanere nel medesimo ambito e a fine esemplificativo, su alcune Comunità Montane? O, a livello maggiormente legislativo, rivedere le singole fattispecie assegnate gerarchicamente tra Stato – Regioni – Province – Comuni? Invece sono sorte ipotesi come “pedaggi sulla Salerno-Reggio Calabria” (che presentava, almeno fino a qualche tempo fa, gli sportelli dei casellanti sul lato passeggero) o “sul Grande Raccordo Anulare“. In pratica, chiunque abbia intenzione di accedere a Roma via Autostrada sarebbe obbligato a pagare per entrare nell’Urbe, anche perché costruire caselli per ogni svincolo, di fatto, è allo stato impossibile.

Ironico: «Non abbiamo messo le mani nelle tasche degli italiani». Vero. Meglio provare con il portamonete delle automobili.

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