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Diritto di critica | January 21, 2021

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Roberto Saviano e il problema della Rai di regime - Diritto di critica

Che Roberto Saviano rappresenti un “problema scomodo” per una larga fetta di personaggi pubblici e politici non è una novità. Fin dall’esplosione del suo libro, Gomorra, edito da Mondadori nel 2006 e che ha scalato le vette di vendita in oltre quaranta paesi del mondo, il nome di Saviano è diventato un simbolo stesso della lotta alla criminalità organizzata, e, se all’inizio della sua carriera e della sua vita blindata, lo scrittore era stato raggiunto dalle testimonianze di vicinanza della maggior parte del mondo politico e istituzionale, ora il vento sta decisamente cambiando rotta. A partire dalle recenti parole del premier Silvio Berlusconi, che l’ha accusato di diffamare l’immagine dell’Italia all’estero, dimenticandosi forse che è la casa editrice di sua proprietà a dare alle stampe i libri di Roberto Saviano e a guadagnare parecchio grazie ad essi, per arrivare poi agli attacchi che Emilio Fede aveva rivolto allo scrittore, apostrofandolo con un “Basta, non è un eroe”.

Parole che paiono aver dato il la ad una sfilza di critiche e attacchi più o meno duri, più o meno giustificati, che si sono rovesciati sullo scrittore negli ultimi giorni; Alessandro Dal Lago, nel suo libro Eroi di Carta, definisce Saviano, appunto, un eroe di carta, trasformando la lotta alla mafia della scrittore in un semplice fatto di moda,  e al tempo stesso anche il calciatore Borriello accusa Saviano di aver lucrato sulla città di Napoli, mettendone in risalto solo gli aspetti negativi e marcescenti. Parole simili anche da parte del rapper napoletano Sepe, secondo il quale lo scrittore, chiamandosi fuori da una questione strettamente politica (dal momento che Saviano non fa nomi di politici) non merita di essere tenuto in considerazione.

E’ in un simile clima di insofferenza generalizzata nei confronti dell’attività dello scrittore, giustificata con ridicoli “Quando uno diventa così famoso, deve pure prendersi qualche critica” (confondendo le critiche costruttive con le calunnie distruttive), che si inserisce, ed appare ancora più grave, la decisione della Rai di accorciare da quattro a due il numero delle puntate che lo scrittore aveva in programma con Fabio Fazio per il prossimo autunno. La scelta, motivata ufficialmente dalla necessità di riorganizzare i palinsesti, e ufficiosamente dagli argomenti che sarebbero stati trattati (la vicenda della ricostruzione in Abruzzo, e il problema dei rifiuti in Campania, entrambi presunti fiori all’occhiello del governo Berlusconi)  è stata subito contrastata dalla squadra di Fazio, dallo stesso scrittore (“la tv mi protegge fisicamente”) e dal direttore di Raitre Di Bella, che si è detto pronto a farsi da parte nel caso in cui il suo palinsesto venga stravolto, ribadendo l’autonomia della sue rete e dei programmi, in particolare di ‘Vieni via con me’, appunto il programma organizzato da Fazio e Saviano, e di ‘Parla con me’ della Dandini, altra vittima della mannaia Rai. Anche i finiani, tramite la fondazione Fare Futuro, si sono schierati a favore dello scrittore napoletano, accusando la Rai di preferire “nani, ballerine e veline” a personaggi di spicco.

Le polemiche hanno costretto Garimberti a far slittare la diffusione dei palinsesti alla prossima settimana, ma il problema rimane, e non è indifferente, soprattutto perché porta alla luce del sole un atteggiamento sotterraneo e strisciante molto preoccupante, ovvero la tendenza Rai al servilismo nei confronti di una certa area politica, o meglio, di un certo personaggio politico. Il fatto che tali decisioni controverse vengano prese proprio all’indomani di dichiarazioni di insofferenza nei confronti di Saviano da parte dell’uomo che ora, in Italia, ha maggiore libertà e potere decisionale, fa parecchio pensare sul ruolo che la tv pubblica ricopre effettivamente nel nostro paese.  Sorge spontanea una domanda: una tv pubblica che non ha spazio per un personaggio di rilevanza letteraria e sociale come Roberto Saviano, una tv pronta a tagliare e ostacolare i programmi d’informazione su temi scottanti, ma non i quiz a premi o i reality, è ancora pubblica, ovvero al servizio delle res publica, dunque dei cittadini? Se le tematiche invise al potere vengono soffocate a favore dell’intrattenimento di più basso livello, o della pubblicità di parte, stiamo ancora parlando di uno stato degno di portare questo nome, oppure dobbiamo iniziare a scavare tra presunti sinonimi più cruenti, tipo regime, tirannia, dittatura?

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