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Diritto di critica | November 27, 2020

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Fiat, a Pomigliano vince il sì: o la borsa o la vita? - Diritto di critica

Destinare la produzione della nuova Panda allo stabilimento “Giambattista Vico” di Pomigliano d’Arco (NA) può salvarlo dalla chiusura. Ma in cambio la Fiat chiede ai sindacati firmatari dell’importante accordo una stretta considerevole di alcuni diritti dei lavoratori, inaccettabile secondo la FIOM, storica ala estrema della CGIL.  I lavoratori hanno deciso per un sofferto “sì”, votato nel referendum interno al 62%. E dopo anni di concertazione e incontro tra sindacati e industriali, si torna al conflitto aspro, alle consultazioni in fabbrica e all’amara riflessione su un mercato del lavoro impazzito.

L’intesa raggiunta dalla Fiat di Marchionne, spesso spregiudicata nelle trattative, e tutte le rappresentanze metalmeccaniche (ad eccezione, come detto, della FIOM) poggia su un piano industriale da 700 milioni di euro che permetterebbe a Pomigliano di tenere aperti i propri cancelli, contenti oltre 800 dipendenti: l’alternativa è rappresentata dalla già utilizzata esternalizzazione dei lavori verso l’Europa balcanica, più conveniente per i contenuti costi di manodopera. Il testo (qui in versione integrale) evidenza tutti i limiti della proposta di Fiat Group. Si parla di lavoro straordinario da svolgere, per esigenze produttive e con le dovute comunicazioni, anche nelle ore di pausa; è contenuto l’aumento dei turni e maggior flessibilità: aspetti su cui tutti si sono detti disponibili alla discussione. I punti dolenti, impugnati rabbiosamente dei metalmeccanici FIOM, sono in particolare quelli legati ai diritti all’assenza per malattia («la non copertura retributiva a carico dell’azienda dei periodi di malattia correlati al periodo dell’evento» recita il punto 8, «per contrastare forme anomale di assenteismo che si verifichino in occasione di particolari eventi non riconducibili a forme epidemiologiche, quali in via esemplificativa ma non esaustiva, astensioni collettive dal lavoro, manifestazioni esterne, messa in libertà per cause di forza maggiore o per mancanza di forniture») e quelli di sciopero o protesta contro lo stesso accordo (i «comportamenti idonei a rendere inesigibili le condizioni concordate per la realizzazione del Piano e i conseguenti diritti o l’esercizio dei poteri riconosciuti all’Azienda dal presente accordo», punto 13, possono far «venir meno l’interesse aziendale alla permanenza dello scambio contrattuale» o provocare una riduzione dei diritti sindacali degli stessi lavoratori).

Hanno solidarizzato con Pomigliano, incrociando le braccia per due ore, i colleghi dello stabilimento di Mirafiori e della Piaggio

«Abbiamo consultato insigni giuristi e ci dicono che, senza chiarimenti e correzioni, quelle clausole appaiono illegittime o addirittura incostituzionali» ha affermato il segretario generale della CGIL Guglielmo Epifani, molto meno duro, in tutte le altre sue uscite, rispetto all’omologo FIOM Giorgio Cremaschi, pronto invece alle barricate e contrario alla firma anche dopo la conferma referendaria espressa dai lavoratori. Prevedendo un sì piuttosto scontato, l’attenzione di Epifani si è già spostata al comportamento effettivo della Fiat, tanto da auspicare a più riprese la ricomposizione della frattura sui punti maggiormente critici entro i due anni che ci vorranno per iniziare la nuova produzione e il «rispetto dell’impegno preso senza applicare piani C», sostanzialmente lo stesso invito rivolto dal segretario del PD Pierluigi Bersani. Il vero timore delle parti sociali è che Pomigliano non rappresenti un unicum, ma che bensì possa diventare un modello da esportare in altre realtà di Fiat Group, approfittando della loro crisi, come gli stabilimenti di Mirafiori o Termini Imerese, la cui discussione sul destino è rimandata a settembre. In questo, segnali tutt’altro che confortanti sono arrivati da subito da Confindustria, con le accuse di regresso lanciate dal presidente Emma Marcegaglia verso i lavoratori contrari alla firma, e soprattutto del Governo. L’esecutivo avrebbe potuto controllare la posta in gioco, visti gli ingenti e numerosi aiuti statali ricevuti dal Lingotto, limitando le fattezze di un accordo maggiormente simile a un ricatto che ad una trattativa. Il ministro al welfare Maurizio Sacconi ha, di contro, puntato dritto al nuovo piano Fiat, definito “storico”, senza soffermarsi sulle gravi deroghe ai diritti. Il messaggio è stato subito chiaro: «Le parti devono avere il coraggio di derogare agli stessi contratti nazionali e, un domani, anche pezzi importanti dello Statuto dei lavoratori per realizzare duttili intese nel nome della crescita e dell’occupazione». Una ghiotta occasione, dunque, per sferrare un nuovo attacco alla legge 300 del 1970, a più riprese nel mirino del Governo in carica, in un clima in cui Confindustria ed esecutivo vanno a braccetto, con buona pace di CISL e UIL, mai come oggi lontane dalla CGIL.

Le riflessioni sono numerose. E’ facile intuire quanto abbiano influito su questa storia i numerosi esempi di finti permessi per cure mediche, i falsi permessi sindacali o l’assenteismo spesso insopportabile perpetrato da molti dipendenti in stabilimenti così grandi. Il mercato del lavoro sta cambiando e la richiesta di flessibilità di turni di lavoro e competenze accelera sempre più. In un periodo nero per la lotta sindacale, le confederazioni dei lavoratori dovrebbero avere il coraggio di aprirsi a nuove forme di welfare e contratti, discutendo seriamente di contrattazione unica e flexsecurity per assicurare forme di protezione e tutela per i precari e i non occupati che oggi sono totalmente scoperti. Ma a giudicare dalle prospettive giuslavoriste del Governo, anche i dipendenti in aziende medio-grandi non sono destinati a passarsela meglio. Farsi trovare impreparati, in questo clima di inasprimento dell’offensiva, fa seriamente rischiare lo stritolamento. E a rimanere impigliati negli ingranaggi del sistema, resterebbero, oggi più che mai, i lavoratori italiani.

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