Editoriale: dopo il caso Brancher, Berlusconi rischia un altro autogoal
Scritto da Emilio Fabio Torsello il 5 luglio 2010 in Editoriali / Politica
«Allora è vero!». Verrebbe da dire. Il mandato lampo di Aldo Brancher a ministro di nonsoche ha confermato due cose: la prima è la profonda crisi in cui versa il Pdl, la seconda è la voglia matta (dalle sfumature sessantottine) che alcuni politici hanno dell’immunità. Tolto lo scudo, insomma, è crollato, decaduto, si è dimesso il ministro. Il ministero non serviva più.
«Allora è vero». Verrebbe da ripetere: le aule dei tribunali fanno paura. Può darsi. Se così fosse, Brancher – che comunque ha sempre negato con forza l’ipotesi maligna di voler evitare i processi – non sarebbe stato né il primo né – ahimè – molto probabilmente sarà l’ultimo. La politica, dunque, si conferma come l’orticello attorno alla poltroncina: un piccolo nido di immunità, funzionale alle cricche e a tutti quei gruppi di potere per i quali la magistratura è solo un accidente fastidioso.
Come ha scritto il nostro Damiano Zito, inoltre, con queste dimissioni Berlusconi si è salvato in calcio d’angolo. Ma la partita è ancora lunga e al premier potrebbe toccare di dover parare un rigore assai più insidioso: il voto sul tantoamatoddl-intercettazioni. Se, come ha promesso, il Pd votasse gli emendamenti dei finiani, infatti, si rischierebbe la crisi di governo e le elezioni, dal momento che in Parlamento si avrebbe una nuova maggioranza, non più quella votata dai tantoamaticittadini-elettori.
Schivato un tiro in porta, dunque, Berlusconi deve stare attento a non commettere un fallaccio da dietro in piena area di rigore, accelerando il voto di un ddl tantoamato che potrebbe però diventare un clamoroso auto-goal. A ben guardare, la figuraccia è comunque dietro l’angolo: dopo gli annunci sull’imminente voto (il 29 luglio), se l’esame dovesse ulteriormente slittare, il premier perderebbe la faccia (per l’ennesima volta) sulla sua tantoamatalegge-bavaglio. Se ne riparlerebbe in autunno. O forse mai più.
In molti, intanto, si chiedono dove sia finita l’altra grande rivoluzione premierista che il buon Angelino Alfano ha annunciato tempo fa: la riforma della Giustizia. Non se ne parla più. Forse il Governo teme di non sentirne mai nemmeno il primo gemito di vita? Chissà.
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