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Diritto di critica | November 20, 2019

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La pellaccia dello spericolato KoSSiga - Diritto di critica

La pellaccia dello spericolato KoSSiga

Francesco Cossiga è morto. Anzi, no. E’ in fin di vita. Gli hanno dato l’estrema unzione. E’ spacciato, non arrivano bollettini dal Gemelli, stanno preparando il comunicato perché il vecchio ha tirato le cuoia. Anzi, no. Al quinto giorno di ricovero, respira da solo.

I colleghi giornalisti devono (ancora una volta) riporre nei cassetti della propria scrivania il “coccodrillo” che avevano preparato per il presidente emerito della Repubblica. Ma per evitare di trovarci all’improvviso di fronte a qualche necrologio al miele su uno dei più discussi uomini politici della storia d’Italia, ci pensiamo noi a ricostruire la sua vita senza edulcorazioni. Se Andreotti è stato per Paolo Sorrentino “Il divo”, Cossiga potrebbe essere tranquillamente “La star”.

«Maroni dovrebbe fare quel che feci io quand’ero ministro dell’Interno». Gli universitari, invece? «Lasciarli fare. Ritirare le forze di polizia dalle strade e dalle università, infiltrare il movimento con agenti provocatori pronti a tutto, e lasciare che per una decina di giorni i manifestanti devastino i negozi, diano fuoco alle macchine e mettano a ferro e fuoco le città». Dopo di che? «Dopo di che, forti del consenso popolare, il suono delle sirene delle ambulanze dovrà sovrastare quello delle auto di polizia e carabinieri». Nel senso che… «Nel senso che le forze dell’ordine non dovrebbero avere pietà e mandarli tutti in ospedale. Non arrestarli, che tanto poi i magistrati li rimetterebbero subito in libertà, ma picchiarli e picchiare anche quei docenti che li fomentano». E lei si rende conto di quel che direbbero in Europa dopo una cura del genere? «In Italia torna il fascismo», direbbero. «Balle, questa è la ricetta democratica: spegnere la fiamma prima che divampi l’incendio».

Queste dichiarazioni rilasciate a Il Tempo il 25 ottobre 2008 in piena protesta contro i tagli all’università e all’istruzione della l. 133/2008 sono solo l’ultima perla del personaggio Cossiga, riconosciuto universalmente come uno dei depositari dei misteri d’Italia più importanti. Come Andreotti, appunto, ma con in più uno spiccato senso della provocazione anche violenta e senza quartiere come nel virgolettato riportato e della sfacciata esagerazione. Senza parlare della sua influenza enorme, visto che pochi giorni dopo avvennero, forse casualmente, i noti fatti di piazza Navona, episodi non privi di alcuni punti oscuri sulle modalità.

«Quel che feci io quand’ero ministro dell’Interno”. Tra i primi incarichi importanti di Cossiga c’è stata infatti la responsabilità del Viminale diventando nel 1976 il più giovane ministro dell’Interno fino ad allora, in un periodo caldissimo di storia italiana. Nel 1977, proprio come suggeriva a Maroni, Cossiga mostrò la sua natura repressiva usando il pugno duro contro gli studenti universitari, rispondendo agli scontri tra giovani e polizia con l’invio di veicoli trasporto truppa blindati M113. La morte per arma da fuoco della militante di sinistra Giorgiana Masi a Roma fu la prima tragedia la cui responsabilità oggettiva fu attribuita a colui che sui muri di tutta Italia divenne da allora “KoSSiga” (scritto con la doppia S dei reparti paramilitari nazisti di Hitler, appunto “SS“).

Nel 1978 avvenne uno degli episodi più importanti per la storia d’Italia e per quella di Cossiga: il rapimento del presidente del suo partito, al DC, Aldo Moro. Cossiga creò appositamente due comitati di crisi per risolvere la situazione, senza successo, con uomini che anni dopo vennero scoperti essere membri della P2 di Licio Gelli, oltre allo stesso maestro venerabile sotto il falso nome di “ingegner Luciani”. L’oggi senatore a vita è ritenuto ancora dalla famiglia Moro tra i maggiori responsabili della morte dell’allora presidente della DC per mano delle BR, in quanto decise di non aprire alcun margine di trattativa con i sequestratori. «Uno dei terroristi – disse Cossiga anni dopo – mi disse che avremmo dovuto usare i vigili urbani e non le forze speciali come facemmo». Secondo Steve Pieczenik, ex membro del Dipartimento di Stato statunitense, inviato dal presidente USA Jimmy Carter come consulente psicologico durante il rapimento:

«Era necessario che Aldo Moro rimanesse in vita il tempo necessario a mettere in opera una strategia per garantire la stabilità politica italiana» ed aggiunge «la decisione conseguente, il prezzo per mantenere la stabilità politica era la morte di Aldo Moro». Giunti alla quarta settimana di prigionia ed aumentati i rischi di comunicazione da parte di Moro di segreti di stato, «è stato necessario prendere la decisione se poteva vivere o morire» e «la decisione finale è stata di Cossiga e, presumo, di Andreotti».

Dopo il ritrovamento del corpo di Moro in via Caetani, Cossiga rassegnò le dimissioni.  «Se ho i capelli bianchi e le macchie sulla pelle è per questo. Perché mentre lasciavamo uccidere Moro, me ne rendevo conto. Perché la nostra sofferenza era in sintonia con quella di Moro» è la dichiarazione più famosa sull’argomento, rilasciata a Paolo Guzzanti.

L’allontanamento dai palazzi del potere non durò molto, tanto che nel 1979 il politico sassarese divenne presidente del Consiglio fino all’ottobre dell’80. In questo breve periodo, ricevette la richiesta di messa in stato d’accusa per favoreggiamento personale e rivelazione di segreto d’ufficio, per aver suggerito, essendo a conoscenza dell’imminente arresto, l’espatrio di Marco Donat Cattin, esponente di Prima Linea e figlio del senatore DC Carlo. La richiesta parlamentare avanzata dal PCI di suo cugino Enrico Berlinguer fu archiviata nel 1980, dichiarando l’accusa manifestamente infondata.

Ma sono i servizi segreti, lo studio del fenomeno massonico e i misteri l’autentica passione di tutta una vita. Quando nel 1966 ottenne il suo primo incarico di sottosegretario alla difesa, gli fu affidata la sovraintendenza di Gladio, sezione italiana di Stay Behind, ovvero l’organizzazione segreta della Nato creata durante la Guerra fredda, con il proprio corpo paramilitare, per bloccare un’eventuale invasione dell’Unione Sovietica e degli Stati del patto di Varsavia. Per Cossiga i “gladiatori” avrebbero meritato lo stesso trattamento dei partigiani e ne fu strenuo difensore da quando Andreotti, nel 1990, ne rivelò l’esistenza fino ad allora tenuta nascosta. Il ruolo di esclusiva difesa da attacchi è messa in discussione da alcune inchieste che ricondurrebbero Gladio alla manipolazione di alcuni gruppi di destra perché provocassero terrore in Europa (cd. “strategia della tensione”) e per limitare nel blocco occidentale la partecipazione delle componenti di sinistra nei governi.Su questo vi fu anche una richiesta di messa in stato d’accusa dell’allora inquilino del Quirinale, firmata da parlamentari come Luciano Violante, Marco Pannella, Nando Dalla Chiesa e Leoluca Orlando, anch’essa ritenuta manifestamente infondata dal comitato parlamentare nel 1993. Cossiga, nel 1991, sicuro della sua buona fede, si autodenunciò per cospirazione politica per la vicenda Gladio.

Nel 1985 venne eletto, a enorme scrutinio, come presidente della Repubblica, carica che  ricoprì dividendo idelmente in due il suo settenato. La prima parte, detta del “notaio”, fu caratterizzata da un interpretazione estremamente rigorosa e letterale della Costituzione. La seconda, ovvero quella degli ultimi due anni, segnò il mito del “picconatore”, con un Cossiga in contrasto con tutte le istituzioni del Paese, dal Csm alla Corte Costituzionale, fino all’accusa a quel nucleo di potere parlamentare che poi esplose nelle inchieste di Tangentopoli. Il 25 aprile 1992, pochi mesi prima della scadenza naturale del suo mandato, Cossiga lasciò la presidenza della Repubblica.

Pochi mesi dopi, con il disgregamento della Democrazia Cristiana a botte di arresti, avvisi di garanzia e suicidi eccellenti, Cossiga parlò di «DC da lapidare. I dirigenti la gente li prenderà a sassate per strada. Io non li ho buttati giù dalle scale, ma la gente non avrà i miei scrupoli».

Di lì ai giorni nostri, la sua carriera di senatore a vita è puntellata ancora delle sue celebri picconate, contro personaggi di centrodestra (Maroni, Berlusconi, Schifani), di centrosinistra (Prodi su tutti, D’Alema prima appoggiato al Governo in un’operazione di “patriottismo” che, secondo K, segnò la «fine della guerra fredda in Italia”, l’IDV e Di Pietro di recente), contro la magistratura (l’Anm e Luca Palamara in particolare), di cui Youtube è ampio testimone. Senza contare poi i riferimenti ai numerosi misteri italiani di cui è tra i pochi custodi (Ustica «Il Dc9 fu abbattuto dai francesi, dirà a Repubblica nel 2005; Tangentopoli, dietro cui ci sarebbero stati gli Stati Uniti e la Cia; la P2, collegata anche ad ambienti del PCI e solo punta di un iceberg di massoneria sempre viva in Italia).

«In realtà io non esterno. Io comunico; io non sono matto. Io faccio il matto. E’ diverso. Io sono il finto matto che dice le cose come non stanno”.

Cossiga non è matto. E’ un gigante della politica italiana, un anti-eroe, dalla connotazione negativa, l’antagonista per antonomasia, il villain della letteratura anglosassone. Un uomo che conosce l’Italia in tutti i suoi aspetti, temutissimo per le verità che custodisce e che, per questo, pochi contrastano e hanno contrastato. Tutti i misteri di un Paese nella testa di Cossiga. Un cervello che andrebbe aperto e analizzato, al momento in cui (davvero) lascerà la vita terrena. Ma anche in quel caso, probabilmente, non si riuscirebbe a trarre alcun giovamento, o alcuna risposta: sicuramente lo stesso Cossiga avrebbe predisposto un qualche sistema di “antifurto” per quei punti interrogativi che gelosamente ha nascosto per 60 anni. Appunto, un altro mistero.

Comments

  1. E’ morto Francesco Cossiga detto KoSSiga, il ministro di polizia del 77 http://www.pugliantagonista.it/archivio/cossiga_f
    Dedichiamo straordinariamente questa pagina al Gladiatore, che rivestendo i più alti incarichi dello Strato ha orgogliosamente ammesso di aver partecipato all'organizzazione segreta anticomunista della Gladio, ma innanzitutto ricorderemo KoSSiga, il ministro di polizia più maledetto dai movimenti giovanili e dall'antagonismo di classe dal tempo del fascismo.
    Lo ricorderemo con la frase più lugubre che pronunciò in Parlamento presentando i provvedimenti di restrizione delle libertà di espressione e da stato di assedio alla fine di aprile 1977:
    "-Non permetterò che i figli dei contadini meridionali ( i poliziotti) siano uccisi dai figli della borghesia romana ( gli studenti e i proletari in lotta)"-
    Una frase che richiamandosi ad una poesia di Pasolini, gettava l'amo all'allora Partito Comunista Italiano, in attesa di essere sdoganato per un governo di Unità nazionale e di Compromesso storico e che gli permise di avere mano libera sulla democrazia in Italia.