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Diritto di critica | October 17, 2019

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29 luglio 1970, Cosa Nostra sbarca a Milano - Diritto di critica

29 luglio 1970, Cosa Nostra sbarca a Milano

29 luglio 1970. Durante un’estate di quarant’anni fa, a Milano si svolge uno dei summit più importanti per Cosa Nostra. Ad organizzarlo è Joe Adonis, uno dei boss della mafia siciliana trasferitosi da New York nel capoluogo lombardo quattordici anni prima, nel 1956. Amico di Luky Luciano, Adonis era nato a Montemarano nel 1902 ed era poi emigrato illegalmente negli Stati Uniti prima della Grande Guerra, dove aveva iniziato a gestire il giro di prostituzione e il gioco d’azzardo a Brodway, Midtown e Manhattan. Con i soldi dei traffici illeciti, Joe – il cui vero nome era Giuseppe Antonio Doto – aveva aperto concessionari di automobili nel New Jersey. Espulso dagli Stati Uniti, Joe era andato prima a Napoli e successivamente si era stabilito a Milano, al settimo piano di un appartamento in via Albricci. Con Adonis si incontrano personaggi del calibro di Gaetano Badalamenti, Tommaso Buscetta, Gerlando Alberti e Giuseppe Calderone, rappresentante di Luciano Leggio. (poi arrestato nel 1974 a Milano in via Ripamonti). Sul tavolo le prospettive legate al traffico di stupefacenti dall’estero.

Negli anni Settanta, i mafiosi in soggiorno obbligato al Nord – e soprattutto in Lombardia – sono molti. Nel 1973 se ne contano 350 nella sola provincia di Milano. In paesi come Corsico, Trezzano sul Naviglio, Buccinasco e Opera nasce e si sviluppa una rete mafiosa radicata e potente che inizia a gestire prima i sequestri poi i traffici di droga. Lo Stato, per parte sua, ancora non si spinge molto in là con i controlli patrimoniali e societari che inizieranno solo dopo la legge Rognoni-La Torre, approvata dopo l’omicidio del suo promotore, nel 1982. E il 12 gennaio dell’anno successivo, il Procuratore generale di Milano, Antonio Corrias, durante l’inaugurazione dell’anno giudiziario, sottolinea come «nel 1983 il nostro nemico numero uno anche a Milano sarà la mafia e in particolare la mafia dei colletti bianchi». E sull’onda della legge La Torre, proprio in quei mesi nel capoluogo lombardo si passano in rassegna 3.518 nomi di possibili collusi, attraverso indagini valutarie. A queste si aggiungono ben 181 società commerciali o industriali al vaglio degli inquirenti. Quasi quattromila indagati per mafia a Milano.

Ad Assago, ad esempio, la Finanza in quegli anni sequestra una villa di lusso, intestata a Marianna Cangelosi, moglie di Gaetano Fidanzati. A questi si aggiungono attività “pulite” come l’apertura di bar, cantine, pizzerie ed esercizi commerciali anche di grosso calibro come gli ipermercati. La Sicilia ormai trabocca di soldi e banconote che già negli anni Ottanta devono essere reinvestite al Nord in attività legali e redditizie. Il ministero degli Interni ha smesso di inviare mafiosi nel Settentrione solo nel 1975, quando ormai la rete era già avviata ed era ormai troppo tardi. «L’alta mafia – prosegue poi Corrias – ha trovato addetti ai lavori che neppure lontanamente possono considerarsi meridionali»: le succursali delle cosche.

Oltre alla mafia dei colletti bianchi, però, nella Milano degli anni Settanta e Ottanta si contavano anche diversi omicidi dei “guappi” mafiosi, sebbene in numero di gran lunga inferiore rispetto alle “guerre” che si combattevano nelle centrali meridionali del potere criminale. Pippo Torre, ad esempio, braccio destro del boss Angelo Epaminonda a capo della piazza milanese, viene assassinato in strada nel novembre del 1982: le gambe leggermente piegate, una chiazza rossa sulla camicia bianca all’altezza del cuore, un braccio steso e abbandonato. Ma il sangue fa rumore, attira le indagini e i magistrati. I soldi, invece, per crescere e moltiplicarsi devono hanno bisogno di pace e serenità: al Nord si spara solo come estrema ratio. Oggi, a ben guardare, la situazione non è molto cambiata. Al massimo è cresciuta e si è moltiplicata.