Putin a favore di Assange, ma in Russia regna la censura
Scritto da Gianvito Rutigliano il 10 dicembre 2010 in Mondo
Vladimir Putin è in realtà un difensore del diritto di parola e del dissenso. Basterebbe solo questa frase per avere una notizia esclusiva, da diffondere nei principali network mondiali di informazioni. Tranne quelli russi, ovviamente. Rispondendo a una domanda sui diritti umani nel suo Paese, il Primo ministro della Federazione russa ha espresso dubbi sul caso Wikileaks e l’arresto del suo fondatore Julian Assange: «Se si parla di democrazia, occorre che sia totale. Perché è stato messo Assange in prigione? È questa la democrazia?»; e ancora: «Bisogna cominciare a spazzare davanti alla propria porta. Giro la palla ai colleghi americani».
Dilungarsi sul perché un dubbio che tutti noi abbiamo avanzato in questi giorni perda totalmente di valore se pronunciata dall’ex presidente russo comporterebbe un post di centinaia di migliaia di parole. Ci limiteremo a ricordare alcuni dei casi più eclatanti della gestione repressiva condotta da Putin nei confronti dei propri dissidenti, conosciuti grazie alle denunce di giornalisti coraggiosi e osservatori internazionali come Amnesty International (rapporti 2008, 2009 e 2010).
Su tutti, ci (dis)piace ricordare i casi dei rastrellamenti sistematici nei villaggi ceceni e il terribile episodio del teatro Dubrovka di Mosca (2002), luogo in cui 40 militanti ceceni tennero in ostaggio 850 civili e il Governo russo decise di utilizzare le sue forze speciali che, dotate di un gas nervino, sterminarono 39 terroristi e un numero imprecisato di rapiti (dai 120 ai 200). L’agente chimico utilizzato non fu mai identificato dall’inchiesta ufficiale, nata per determinarne l’utilizzabilità in casi di emergenza e i danni a lungo termine e definitivamente bloccata nel 2007. E ancora, le contestazioni di Sergej Kovalyev contro la «frode politica» da parte di Putin, accusato di brogli e repressione dei suoi avversari, come i divieti per i cortei organizzati dall’ex campione di scacchi Garri Kasparov.
Si può citare anche il terribile massacro dei bambini della scuola di Beslan, in Ossezia, nel settembre 2004, provocato ancora una volta dall’irruzione delle forze russe intervenute per liberare l’edificio dai fondamentalisti islamici e i separatisti ceceni che lo avevano occupato. Anche in quel caso, il bilancio fu sanguinosissimo, con oltre 300 dei 1000 ostaggi morti, tra cui 180 bambini e centinaia di feriti, orfani e mutilati. Unanime fu il dissenso espresso dalla comunità internazionale.
Dalle stragi agli avvelenamenti. L’ex agente sovietico, poi dissidente, Aleksandr Litvinenko, è morto per avvelenamento da polonio-210. Un decesso anomalo arrivato poco dopo le dichiarazioni della stessa spia che aveva indicato in Putin il mandante (ufficialmente oggi ancora ignoto) dell’uccisione di Anna Politkovskaja, tra le più grandi contestatrici del Governo e dell’esercito nella Federazione russa per la totale mancanza di rispetto dei diritti umani. La vita della giornalista, stroncata nel 2006, fu costellata di continue minacce a causa dei suoi libri sull’inumanità delle pratiche russe, specialmente in Cecenia.
«Sapete cosa dicono i nostri contadini: se la mucca di un altro muggisce, è meglio che la tua taccia». E’ stata la chiusa di Vladimir Putin al giornalista australiano. Un detto che volentieri rimandiamo al mittente.
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