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Diritto di critica | October 25, 2020

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Liberati e subito arrestati dalle autorità egiziane: il destino-beffa dei profughi del Sinai - Diritto di critica

Liberati e subito arrestati dalle autorità egiziane: il destino-beffa dei profughi del Sinai

Un’odissea senza fine, un incubo che dura da mesi. E che si conclude con una terribile beffa: arrestati dalle autorità egiziane. E’ stato questo il destino di 27 profughi eritrei, dopo essere stati liberati dai predoni a seguito del pagamento del riscatto.  Un’azione che vale già come una condanna: il rischio è che vengano rispediti nei loro paesi d’origine, dove li attende la condanna a morte o una vita in carcere.

Il riscatto di ottomila dollari richiesto per ogni profugo dai trafficanti – beduini della tribù Rashaida, comandati dal palestinese Abu Khaled e attrezzati con armi moderne comprate sul mercato sudanese, che si arricchiscono sulla spalle di intere popolazioni in fuga alla ricerca di una nuova via verso l’Europa, dopo la chiusura della porta libica – era stato pagato grazie all’interessamento dei parenti dei sequestrati che già abitano in Europa. Una volta liberati, alcuni profughi sono riusciti a raggiungere Israele, ma coloro che sono ancora nelle mani dei predoni hanno fatto sapere si essere stati separati dal gruppo di donne per le quali non è ancora stato pagato il riscatto: alcune di esse sono in stato di avanzata gravidanza. Il timore – sempre più concreto- è che vengano fatte sparire nel circuito illegale degli organi, dove già sono finiti almeno 4 dei prigionieri nelle scorse settimane: per pagare la somma richiesta dai trafficanti, avevano accettato di vendere i propri organi.

Sono invece 27 coloro che, una volta liberati, sono stati catturati dalle autorità egiziane. Le stesse autorità che – giova ricordarlo- per settimane hanno negato un aiuto ai sequestrati, sostenendo di non essere a conoscenza del luogo in cui erano segregati. Il tutto, nonostante i quotidiani appelli del sacerdote eritreo Mussie Zerai dell’Agenzia Habeshia e la campagna del gruppo EveryOne, che aveva identificato e resa nota la località di detenzione dei prigionieri: la periferia della città di Rafah, nel deserto del Sinai, una zona franca dove i predoni continuano ad agire indisturbati e a portare avanti un giro d’affari che frutta milioni di dollari.

«Di fronte a tutto questo  –  afferma Zerai –  risulta sempre più incomprensibile l’imbarazzante silenzio delle autorità egiziane, israeliane e palestinesi, di fronte a ciò che si sta consumando alle porte di casa loro. L’Egitto sostiene di non poter intervenire con truppe armate contro i predoni, – continua – perché nel trattato di pace con Israele c’è l’esplicito divieto di introdurre armi pesanti nella comune zona di confine. Che fine hanno fatto allora gli accordi internazionali per la lotta contro la tratta di esseri umani e il traffico di organi? Perché si sta perdendo del tempo?».

E’ proprio questo disinteresse manifesto a far sorgere il dubbio che dietro ci sia dell’altro, un’effettiva strategia dell’Egitto e dell’intera comunità internazionale come deterrente all’immigrazione. «Le persone disperate  –  aggiunge Zerai – tentano di tutto, ma i paesi ricchi e ‘civili’ non possono preoccuparsi solo di sigillare i propri confini. Quello che molti stati fanno finta di non capire o di non vedere è molti di questi migranti sono profughi di guerra o gente che fugge da calamità naturali quali siccità o terremoti. Questa piaga dei nostri giorni  non può lasciare indifferente chi governa questa regione del Medio Oriente, così come le istituzioni dell’Unione Europea  e l’ONU. In questi anni  –  ha concluso Zerai – abbiamo visto migliaia di profughi morire in mare, nel deserto, sotto le fucilate della polizia di frontiera libica, egiziana o israeliana: tutto per impedire ai migranti di raggiungere paesi migliori».

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