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Diritto di critica | October 14, 2019

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Reporters sans Frontières: "nel 2010, giornalisti come merce di scambio" - Diritto di critica

Reporters sans Frontières: “nel 2010, giornalisti come merce di scambio”

Non più vittime, ma obiettivi. Non più solo da eliminare, ma anche da usare come merce di scambio: nel 2010 il ruolo dei giornalisti nel mondo è sensibilmente cambiato rispetto all’anno precedente. E’ quanto emerge dal bilancio 2010 di Reporters sans Frontières.

«Un dato importante – spiega il segretario generale dell’organizzazione Jean-François Julliard – è il fatto che nel 2010 siano stati uccisi meno giornalisti nelle zone di guerra rispetto al 2009». Precisamente, si parla di 57 vittime a fronte delle 76 del 2009, il 25 % in meno rispetto all’anno precedente. Il numero dei giornalisti uccisi nelle ‘zone calde’ è andato diminuendo negli ultimi anni, ma d’altro canto – rivela RSF – è diventato sempre più difficile individuare i responsabili di queste azioni: si tratta di bande armate, gruppi criminali, milizie, organizzazioni religiose ma anche agenti statali. «Un fenomeno – continua Julliard – spesso acuito dal fatto che i governi stessi diventano complici di chi compie questi atti nel momento stesso in cui garantiscono loro l’impunità».

Accanto alla diminuzione del numero di cronisti assassinati in territori di conflitto, tuttavia, è stato registrata da RSF negli ultimi anni  un’impennata nel numero di giornalisti sequestrati ed utilizzati dalle organizzazioni criminali come merce di scambio, per ottenere finanziamenti alle loro attività, inviare messaggi all’opinione pubblica e far accettare le proprie richieste ai governi. Se quindi nel 2008 erano stati registrati 29 casi di questo tipo e 33 nel 2009, nell’ultimo anno i rapimenti sono saliti a 55, distribuiti per la prima volta in tutti i continenti, sebbene i più esposti a questo rischio siano stati i giornalisti in Afghanistan e in Nigeria. Un esempio significativo è il caso di Hervé Ghesquière e Stéphane Taponier, cronisti della TV francese che dal 29 dicembre 2009 sono in ostaggio in Afghanistan con i loro collaboratori afgani: si tratterebbe del più lungo sequestro nella storia dei media francesi dal 1980. « I giornalisti sono sempre meno percepiti come osservatori esterni – spiegano da RSF – La loro neutralità e la natura del loro lavoro non sono più rispettate». Anche in questo caso, spesso la mancata collaborazione dei governi nella ricerca e nella cattura dei sequestratori  rende difficile risolvere la risoluzione di casi simili. «Così facendo – aggiunge Julliard – i giornalisti, locali o stranieri, non si avventureranno più in alcune regioni e le popolazioni locali saranno abbandonate al loro destino».

Il 2010 detiene anche il triste primato del numero di paesi mondiali in cui siano stati registrate uccisioni di giornalisti: 25 paesi in totale, per la prima volta così tanti da quando RSF ha iniziato a fare bilanci di questo tipo. «Dei 67 paesi dove ci sono stati omicidi di giornalisti negli ultimi 10 anni, otto sono ricorrenti: Afghanistan, Colombia, Iraq, Messico, Pakistan, Filippine, Russia e Somalia. – si legge nel rapporto di RSF – Questi paesi non si sono evoluti, la cultura della violenza contro la stampa è diventata profondamente radicata».  

Il continente più ‘colpito’ è l’Asia con venti omicidi, undici dei quali avvenuti soltanto in Pakistan, dove i giornalisti sono il bersaglio soprattutto di gruppi islamici o vittime collaterali di attacchi kamikaze. Anche l’Iraq è tornato nel 2010 a registrare picchi di violenza contro la stampa, con sette cronisti uccisi nel 2010 rispetto ai quattro del 2009: « la maggior parte di loro sono stati uccisi dopo che gli Stati Uniti hanno annunciato nel mese di agosto il ritiro di tutte le truppe da combattimento. – spiegano da RSF- I giornalisti sono presi in trappola da diversi settori , inclusi gli enti locali, coloro che sono coinvolti nella corruzione e i gruppi religiosi, che si rifiutano di accettare l’indipendenza dei media». Un calcolo che pone l’Iraq e il Pakistan, assieme al Messico, sul podio dei paesi più violenti per i giornalisti dello scorso decennio. In Messico sarebbero le organizzazioni criminali legate al narcotraffico le principali responsabili della violenza, tanto contro la popolazione civile quanto contro i giornalisti: un clima che starebbe portando gradualmente ad un sempre minore interessamento dei cronisti alle vicende di criminalità, al fine di correre meno rischi possibili. Altro paese dell’America Centrale particolarmente duro è l’Honduras, dove «la violenza a sfondo politico del colpo di Stato del giugno 2008 ha aggravato la “violenza tradizionale” della criminalità organizzata » anche contro i giornalisti. Nel 2010, ne sono morti nove, tre dei quali assassinati proprio in connessione al loro lavoro. E non è immune nemmeno l’Unione Europea: nel corso del 2010 sono stati uccisi due cronisti, in Grecia e in Lettonia, ma gli omicidi non sono ancora stati risolti. Si tratterebbe di Socratis Guiolias, del cui omicidio in data 19 luglio sarebbe sospettato un gruppo rivoluzionario greco di estrema sinistra, e di Grigorijs Nemcovs, ucciso nella città di Daugavpils, il 16 aprile.

Significativo è anche il fatto che, secondo RSF,  Internet non rappresenti più una protezione e soprattutto che « la censura online non è più necessariamente esclusiva dei regimi repressivi: «le democrazie del pianeta stanno esaminando e adottando nuove leggi che rappresentano una minaccia per la libertà di parola su Internet». E mentre in Egitto si continua ad indagare sull’uccisione del giovane netizen (blogger) Khaled Mohammed Said, picchiato a morte per strada da due agenti in borghese, anche nel resto del mondo continuano le persecuzioni nei confronti di blogger e si sviluppano sofisticate forme di censura online, tra cui l’ uso sempre più frequente di cyber-attacchi per mettere a tacere utenti scomodi.

L’ultimo rifugio per fuggire all’oppressione rimane così spesso l’esilio. Reporters sans Frontières ha rilevato come nel 2010 questo fenomeno abbia coinvolto ben 127 giornalisti appartenenti a 23 paesi: vengono soprattutto da Iran (trenta casi registrati), Eritrea e Somalia (quindici fuggitivi) e da Cuba, dove diciotto giornalisti, imprigionati nel 2003, sono stati rilasciati e mandati in esilio forzato in Spagna.  

 

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