Mirafiori, al referendum vincono dignità e paura
Scritto da Gianvito Rutigliano il 15 gennaio 2011 in Società
Allo stabilimento Fiat di Mirafiori. lo spoglio delle schede del referendum sull’accordo azienda-sindacati ha tenuto col fiato sospeso per tutta la notte. Lo scrutinio ha visto la vittoria del “sì” con il 54% circa, ben lontano da quel plebiscito che ci si aspettava sommando le percentuali dell’ultimo voto rsu (70% la somma delle sigle firmatarie). Il patto che sbloccherà il primo investimento di Fiat a Mirafiori e Pomigliano (un miliardo e sette, rispetto ai venti complessivi del piano industriale di Marchionne) ora è valido, ma nella scelta tra diritti e prosecuzione del proprio lavoro i dipendenti hanno optato per la dignità. A giudicare dalle prime analisi, nei seggi in cui hanno votato gli operai addetti a montaggio e lastratura ha prevalso il ‘no’, mentre tra gli impiegati, gli operai del turno notturno e gli addetti alla verniciatura il ‘sì’ ha ribaltato i voti acquisiti fino ad allora.
Nonostante il macigno del ricatto sulla testa, i lavoratori non hanno tributato l’assenso del terrore agli imprenditori (oggi più vicini all’antica definizione di “padroni”) e in gran parte hanno bocciato l’intesa. Sarebbe sbagliato, però, ridurre la vittoria dei favorevoli solo agli amministrativi e ai “colletti bianchi”. La paura ha avuto un ruolo fondamentale sui 5154 votanti (94,6% degli occupati), anche a giudicare dalle reazioni di molti operai che annunciavano di aver votato “sì” per continuare a portare a casa uno stipendio. Sul risultato finale ha pesato tremendamente il timore di perdere il posto di lavoro, in una situazione economica e sociale in cui una famiglia non può permettersi di veder sparire la propria fonte di sostentamento primaria. La promessa dell’esternalizzazione in Canada in caso di bocciatura alle urne ha fatto la differenza.
La vittoria risicata del “modello Marchionne” viene evidenziata dai media nazionali. Le diverse parti sociali coinvolte hanno reagito in maniera diversa. Per l’ad Sergio Marchionne, che ha affidato a una lunga nota le sue reazioni, «Le critiche che abbiamo ricevuto sono state ingiuste e spesso frustranti. Quando vedi che i tuoi sforzi vengono mistificati, a volte ti chiedi se davvero ne valga la pena. La maggioranza dei lavoratori di mirafiori ha detto che vale sempre la pena di impegnarsi per costruire qualcosa di migliore». Per la Fiom, maggior oppositore all’accordo del 23 dicembre, si tratta di un «risultato assolutamente inaspettato, straordinario ed eccezionale», secondo il leader Maurizio Landini che invita la Fiat a riaprire la trattativa e che stasera sarà ospite a “Che tempo che fa”, su Rai3, in un’intervista che sicuramente dirà di più sul destino dei metalmeccanici Cgil allo stabilimento di Torino. Nei giorni scorsi, infatti, la segreteria confederale Susanna Camusso aveva chiesto alla Fiom di firmare il patto, in caso di sconfitta nella fase referendaria, per non perdere la possibilità di avere una rappresentanza sindacale ai tavoli di discussione. Il rifiuto di Landini, ostentato con forza fino a qualche giorno fa, probabilmente potrebbe essersi attenuato alla luce di un risultato obiettivamente inaspettato e che potrebbe far crescere la forza di un’eventuale “RSA rossa”. Di certo c’è lo sciopero generale della categoria indetto per il 28 gennaio, per cui le tute blu hanno chiesto il sostegno anche del sindacato confederale.
Mirafiori, probabilmente, è solo la punta. L’iceberg, che ha permesso la proposta e l’approvazione di un così deficitario patto per gli investimenti, è stato costruito da anni di inadempienze da parte della Fiat, del Governo italiano che non ha saputo guidare le scelte dell’azienda a fronte degli ingenti contributi statali concessi e che avrebbero giustificato prese di posizione importanti, della politica che ha posto la riforma del diritto del lavoro ai margini dell’agenda politica e anche dei sindacati, mai attenti a sufficienza nell’imporre nella loro agenda l’analisi di nuovi modelli di contratto, per far fronte alla metà della popolazione italiana (circa il 52%) composta di non occupati e precari. Ancora una volta il timore, stavolta di mettere in discussione alcuni punti storici delle conquiste giuslavoriste del 1970, ha condizionato il dibattito e le scelte.
Il tema del lavoro è tra i più importanti da analizzare e conoscere, perché un Paese possa dirsi “civile”. Su DDC cercheremo di illustrare al meglio le odierne situazioni e le prospettive possibili.
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Andrea
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gianpiero fenoglio

