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Diritto di critica | November 22, 2019

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Tunisia, il racconto di Mohamed: “Abbiamo sconfitto la dittatura grazie ai social network” - Diritto di critica

Tunisia, il racconto di Mohamed: “Abbiamo sconfitto la dittatura grazie ai social network”

“Un sogno che diventa realtà, dopo tanti anni di privazione di libertà di parola e di stampa”. Mohamed, 30 anni, tunisino,  racconta a Diritto di critica la “rivoluzione” del suo paese, soprannominata “del gelsomino”, iniziata il 14 gennaio scorso, “una data che il nostro prossimo presidente dovrà ricordare”, assicura Mohamed. Una battaglia contro la corruzione, realizzata grazie ai social network che hanno raccontato al mondo le atrocità e le violenze subite dai manifestanti, rompendo il silenzio mediatico imposto dal regime. Sono stati soprattutto i giovani tunisini “che da anni combattono contro l’ingiustizia sociale ed economica”, a far sentire la loro voce, nelle strade, su twitter e facebook. “Giovani che avevano smesso di sognare, finché Mohamed Bouazizi, un giovane venditore ambulante di Sidi Bouzid si è dato fuoco”, per protestare contro la disoccupazione e i maltrattamenti subiti da parte della polizia. Un incidente che ha dato il via alle altre dimostrazioni, diffusesi poi in tutto il paese.

Mohamed, qual è la situazione in questi giorni in Tunisia?

Si continua a manifestare contro il governo di coalizione, in cui il 50% dei ministri appartiene al partito di maggioranza, e per chiedere che gli altri membri del vecchio regime lascino la scena politica. Inoltre negli ultimi giorni la situazione è stata caotica perché le milizie non hanno smesso di terrorizzare la gente, con l’aiuto dei cecchini. Il presidente, dopo aver abbandonato la Tunisia, ha lasciato una banda di criminali per terrorizzare la gente e spingerla a richiamarlo, ma quest’ultima non si è lasciata ingannare. Noi giovani siamo strettamente legati all’esercito e alle forze di polizia non corrotte, e facciamo del nostro meglio per proteggere i nostri connazionali, grazie anche all’aiuto delle informazioni. In generale, la situazione si è calmata un po’dopo la fuga di Ben Ali: infatti era questa la richiesta principale. Cosi’, lentamente, grazie alla nostra determinazione, il ritmo della vita sta tornando alla normalità; anche se noi insegnanti stiamo ancora aspettando di tornare a lavorare, in attesa delle decisioni del nuovo governo e del nuovo ministro dell’Istruzione.

Hai partecipato alle manifestazioni dei giorni scorsi?

Non ho partecipato direttamente, a causa delle mie condizioni di salute (soffro di asma), ma ho lavorato parallelamente con il mio computer, per supportare i manifestanti. Noi giovani abbiamo fatto le veci di reporter, dato che non c’erano veri e propri media sul luogo, e abbiamo aiutato i nostri amici che erano in strada a combattere. Abbiamo lavorato insieme per eliminare la dittatura e per ricostruire il nostro paese.

In che modo vi siete mobilitati e come avete comunicato?

Internet ha avuto un ruolo fondamentale nel rovesciare il regime. I video dei manifestanti attaccati dalla polizia sono stati mostrati ogni giorno prima dai social network (facebook e twitter), poi dai nuovi canali (Aljazeera), perché i media tunisini erano sotto controllo del vecchio presidente. Noi abbiamo mostrato quelle immagini atroci, affinché tutti potessero sapere cosa stava succedendo realmente nel nostro paese. Inoltre grazie ai social network abbiamo contribuito a diffondere gli avvisi delle manifestazioni e le notizie fornite dall’esercito, come gli orari del coprifuoco e le eventuali regole da seguire, nel caso in cui qualcuno avesse infranto il divieto.

Come vivono i giovani in Tunisia e cosa chiedono con questa rivoluzione?

I giovani tunisini hanno sempre aspirato ad avere maggiore libertà e a essere ascoltati, richiesta che non è stata esaudita per decine di anni. Nel nostro paese non c’era la possibilità di ospitare giovani stranieri, né di riflettere sui problemi reali dei giovani per aiutarli a trovare una soluzione. Avevamo perso la speranza di liberarci da questa dittatura e di sognare la democrazia, finchè quello che è capitato a Sidi Bouzid ce l’ha restituita. I maggiori problemi, per i giovani, sono la mancanza di lavoro, soprattutto tra gli universitari; l’ingiustizia sociale ed economica e il grado di corruzione dei gruppi di potere che guidano il nostro paese. Ora che ci siamo liberati dalla dittatura, desideriamo un paese in cui tutti possano avere gli stessi diritti, senza esclusioni. Tra le nostre priorità c’è l’attuazione di quella democrazia che abbiamo desiderato per lungo tempo, iniziando dalla libertà di parola e stampa.

Cosa desideri per il tuo futuro?

Essendo un insegnante, ho sempre desiderato vivere all’estero (soprattutto in Europa). Per me l’Europa significa vita migliore e maggiore libertà. In Tunisia, per un giovane come me, è difficile acquistare una casa o una macchina senza dover chiedere un prestito. Sposarsi è un altro problema, perché il matrimonio è troppo costoso, cosicché si preferisce non sposarsi, o sposarsi con ragazze straniere che sono meno esigenti. La nostra economia è nelle mani di un gruppo di gente corrotta che ruota attorno al presidente, per lo più suoi familiari. Ora spero che il cambiamento avvenga come desideriamo. In questo momento ho il desiderio di vivere in Europa, per poi tornare in Tunisia con un bagaglio di esperienze positive che mi permettano di contribuire alla ricostruzione del mio paese.

Il pensiero corre all’Iran: lo scorso anno le proteste degli studenti sono state represse nel sangue da un regime autoritario; in Tunisia c’è stata una situazione simile?

Secondo me, il caso della Tunisia è  diverso dall’Iran. In Iran, la rivolta è iniziata da un conflitto politico, durante le elezioni presidenziali e il popolo ha reagito all’ingiustizia. A sua volta, il governo iraniano ha accusato i paesi stranieri di intromettersi negli affari interni e di voler incoraggiare la rivoluzione. In Tunisia invece il movimento è nato spontaneamente, con il sacrificio di Bouazizi e non c’è stato nessun esponente politico che supportasse la rivoluzione dall’interno del paese, perché i veri oppositori del regime vivevano all’estero e potevano rivolgersi al popolo solo con internet o tv. Inoltre non c’è stato nessun appoggio alla rivoluzione tunisina da parte di potenze straniere, tanto che nessuno avrebbe pensato che le dimostrazioni potessero costringere il presidente a lasciare il paese.

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