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Diritto di critica | November 25, 2020

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Obama pressa Ahmadinejad. Il nucleare passa dal Libano - Diritto di critica

Obama pressa Ahmadinejad. Il nucleare passa dal Libano

Si tratta ormai di un effetto domino. I tumulti maghrebini si stanno estendendo a tutto il Nord Africa. Per il Libano, si potrebbe utilizzare un’altra comune metafora, quella della sfera che scivola lungo un piano inclinato. L’atto di accusa dell’Onu nei confronti di Hezbollah, il netto rifiuto dei vertici sciiti e il ritiro dei loro ministri, la caduta del governo, l’esercito in strada, le violente dimostrazioni di protesta sunnite in tutto il Paese: l’escalation non si è mai fermata, sino alla nomina di un nuovo premier, Najib Miqati, che ristabilisce una calma solo apparente.

Il nuovo governo potrebbe non durare a lungo. Una maggioranza di stampo sciita non piace all’occidente. Non piace a quella stessa amministrazione americana che ha spinto la pallina giù dal pendio, con il supporto al Tribunale Speciale per il Libano (TSL) che incolperà i vertici di Hezbollah per l’assassinio di Hariri. Israele intanto scalpita. Non sopporterà a lungo una situazione così spiccatamente ostile al confine senza intervenire drasticamente. La paura più grande è che un nuovo conflitto libanese coinvolga anche Iran e Siria. La speranza sta nella palese prevedibilità di questa spirale, e spinge a credere che il vero obiettivo di Obama sia sempre stato quello di stimolare un compromesso.

Ma un accordo di matrice americana tra i protagonisti libanesi non può prescindere dal disarmo di Hezbollah e dal ritiro delle truppe di pasdaran iraniani dal paese. Non c’è alcun dubbio che la reale preoccupazione americana in Libano è l’Iran. E le sorti del piccolo Libano sono straordinariamente decisive per le questioni primarie della politica estera degli Stati Uniti d’America: il nucleare iraniano, l’Iraq e l’Afghanistan.

Da tempo, Obama si trova con le mani legate quando deve trattare con l’Iran su questi temi. Per questo continua a lavorare ai fianchi di Ahmadinejad, scardinando pian piano il sistema di alleanze che lo protegge da sanzioni davvero dure nei confronti del suo regime.

Proteste sunnite nei pressi della tomba di Rafik Hariri, a Beirut

La Cina e la Russia sono paesi economicamente legati all’Iran, a causa di alleanze commerciali basate sulle risorse naturali. I rapporti con la Cina sembrano essere sufficientemente distesi e Pechino non metterà i bastoni tra le ruote del Consiglio di Sicurezza. Con la Russia, invece, è stato necessario mettere in piedi un dialogo più complesso: una sorta di “strategia delle concessioni” in cui si è dato molto a Mosca, aspettandosi qualcosa in cambio.

Gli altri due paesi alleati con l’Iran sono ben presenti e radicati in Libano. La Siria, innanzitutto. A ben guardare, però, gli interessi di Tehran e Damasco nel Paese dei Cedri sono più competitivi che convergenti. Così, è bastato riattivare i canali diplomatici tra Usa e Siria, per dividere i due paesi sciiti. Hezbollah rimane l’ultima pedina a difesa del dittatore iraniano. Sino a quando i missili di Hezbollah continueranno a minacciare le più importanti città israeliane, l’Iran si sentirà al sicuro. Il TSL è lo strumento scelto da Obama per disarmare il partito sciita e mettere finalmente sotto scacco Tehran. Uno strumento rischioso e neanche troppo lontano dai metodi neocon di Bush, utilizzati sempre in Libano nel 2005.

Per ora, i risultati dell’accerchiamento americano all’Iran non sembrano incoraggianti: il Libano è passato in mani meno affidabili, mentre i colloqui di Istanbul hanno dimostrato che Iran e Occidente sono ancora troppo lontani tra loro. Eppure, le parole di “speranza” nei confronti di un accordo dello stesso presidente iraniano suonano persino credibili, seppur soltanto vagamente: Ahmadinejad potrebbe ammorbidire le sue posizioni e raccogliere qualcosa dal tavolo delle trattative prima di perdere anche il Libano. E la partita con gli Usa.

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