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Diritto di critica | October 27, 2020

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Riforma dell’articolo 41: Tremonti unisce economia e federalismo - Diritto di critica

Riforma dell’articolo 41: Tremonti unisce economia e federalismo

Dopo settimane in cui i media sono stati occupati esclusivamente dai suoi presunti affari di letto, Silvio Berlusconi è riuscito a spostare l’attenzione sull’argomento dell’economia e della libertà d’impresa. Con una lettera aperta pubblicata sul Corriere della Sera ha proposto un patto bipartisan alle opposizioni che prontamente hanno rifiutato, provocando l’apparente risposta piccata dello stesso presidente del Consiglio. Il fulcro dell’iniziativa del governo per favorire la crescita, secondo il premier, «è la riforma costituzionale dell’articolo 41, annunciata da mesi dal ministro Tremonti», prima mossa, dopo l’esplosione del Ruby-gate, da avanzare nel prossimo Consiglio dei Ministri. Con la tranquillità di aver provato (o mostrato l’apparente intenzione) a coinvolgere l’opposizione parlamentare e favorendo il rapporto Pdl-Lega.

A metà gennaio il ministro dell’Economia Giulio Tremonti aveva risposto a Piero Ostellino, sempre sul Corsera, parlando della sua idea di liberalizzazione dell’economia e tracciando un’autentica mappa delle future riforme. Punto di snodo perché l’Italia possa essere protagonista della competizione globale sui mercati è l’alleggerimento del giogo della «follia regolatoria» sull’economia, prodotto da decenni di leggi (in linea con il rogo caro al collega Calderoli) e dalla «soffocante moltiplicazione di competenze – centrali, regionali, provinciali e comunali». Per ovviare alle storture dei tre sistemi utilizzati per sfrondare il nostro corpus normativo (abrogazione, delegificazione e semplificazione), la strada maestra descritta da Tremonti è la soluzione costituzionale, mediante un «potenziamento» dell’articolo 41 della Costituzione che ne preservi gli elementi fondamentali («L’iniziativa economica non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana»),  ma che rimuova interpretazioni (la riserva di legge del comma 3) favorevoli alla proliferazione di “lacci e lacciuoli”. Il liberismo alla Tremonti si tradurrebbe nel potenziamento del cittadino come protagonista con l’aumento del peso dell’autocertificazione e nel controllo delle imprese ex post, riducendo così burocrazia, costi amministrativi («di manomorta») e lungaggini che farebbero desistere le aziende dall’investire.

Il manifesto del ministro è in linea con la politica attuata dal suo dicastero, soprattutto nella sua conclusione: la modifica dell’41 deve andare di pari passo con quello successivo dell’articolo 118 della Carta, ovvero il regolamento delle funzioni amministrative di regioni, province e comuni. Ecco che il piano di liberalizzazione economica si rivela unito a doppio filo con il federalismo, unico punto su cui i ministri Bossi e Calderoli non hanno mai accettato passi indietro. L’Esecutivo, insomma, vuole portare a casa il risultato minimo che assicuri, in caso di elezioni anticipate, il collante nell’unione tra Popolo della Libertà e Lega Nord. Senza la riforma federalista, quella economica avrebbe poco senso, insomma.

Secondo diversi costituzionalisti, in realtà, l’articolo 41 storicamente non avrebbe mai impedito alcuna ridefinizione delle regole in campo. Per questo è forte la sensazione che l’iniziativa Berlusconi-Tremonti abbia un sapore esclusivamente politico e poco funzionale alla crescita delle imprese. Il governo sta tentando di sparare le sue cartucce più utili. E poi, se elezioni saranno, la coalizione almeno sarà assicurata.