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Diritto di critica | April 6, 2020

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Diario dall'Egitto, la rivolta nelle parole di un testimone - Photogallery - Diritto di critica

Diario dall’Egitto, la rivolta nelle parole di un testimone – Photogallery

Scritto per noi dal Cairo

di Giovanni Del Sorbo

Il rumore dell’elicottero copre le parole: “we have been arrested for our ideals”, gli occhi si riempiono di lacrime quando in piazza Tahrir la folla canta in coro. Nessuno due settimane fa avrebbe immaginato che il popolo egiziano potesse alzare così di scatto la testa e far tremare il trono del faraone Mubarak.

Il 28 gennaio sarà una data da scrivere nella storia moderna d’Egitto, il “giorno della collera” come l’ha ribattezzato qualcuno; trent’anni di regime e libertà negate hanno trasformato improvvisamente il centro del Cairo in un campo di battaglia tra manifestanti e polizia.

Le forze dell’ordine schierate hanno provato a bloccare in ogni modo l’accesso alla piazza, la gente, sempre più numerosa e determinata non si lascia intimorire, sfidando lacrimogeni, proiettili di gomma e sassaiole supera le barriere al grido “El-Sha’ab iurid isqat el-nizam” (il popolo vuole la caduta del sistema). E’ stata questa la grande forza del popolo egiziano, muoversi compatto contro il simbolo del potere corrotto: l’apparato di Polizia.

L’arrivo dell’Esercito dopo una giornata di scontri rappresenta una prima vittoria per i manifestanti. Per comprendere la reazione di entusiasmo della gente bisogna però marcare le differenze tra polizia ed esercito in un paese completamente militarizzato. La prima ha fama di essere corrotta, aggressiva e soprattutto rappresenta il simbolo dell’oppressione vissuta ogni giorno con abusi di potere, incarcerazioni arbitrarie e maltrattamenti. L’esercito, al contrario, lavora lontano dalle città, difende lo stato e il popolo egiziano, non è corrotto né aggressivo.

Il 29 gennaio la situazione risulta ancora poco stabile, centinaia di manifestanti continuano a circondare il Ministero dell’Interno, ultimo posto presidiato dalla polizia, lì continuano gli scontri e alcuni colpi di arma da fuoco uccidono diversi dimostranti. I corpi, avvolti nelle bandiere, vengono portati per pochi minuti in Piazza Tahrir, le urla diventano più forti e gli slogan pieni di rabbia. Ancora una volta è l’esercito a frapporsi tra la piazza e la polizia impedendo un’ulteriore scontro.

Da qui inizia la svolta positiva che cambia l’aspetto della rivolta: gli egiziani decidono di riprendersi il proprio paese. Gruppi di cittadini si organizzano per difendere case e negozi presi d’assalto dagli sciacalli, altri si occupano della gestione del traffico, in piazza, dove è tornata la calma, centinaia di manifestanti armati di sacchetti raccolgono rifiuti, una moschea diventa un piccolo ospedale per curare i feriti e centinaia di medicinali vengono distribuiti gratuitamente, ricominciano i cori di festa, decine di medici girano in camice bianco per Tahrir assistendo la gente, vengono offerti cibo e bevande.

Così i giorni successivi diventano giorni di festa e colore, il primo febbraio circa 2 milioni di egiziani riempiono la piazza e le strade circostanti per una protesta pacifica e piena di speranza. Intanto dai palazzi governativi Mubarak continua a restare muto, un breve discorso il 29 gennaio e poi silenzio, nel frattempo Omar Soliman, capo dei servizi segreti, viene nominato vice presidente e Ahmed Shafiq nuovo primo ministro, due uomini che rappresentano la parte forte dell’esercito, tornato di nuovo al potere dopo il braccio di ferro con Gamal Mubarak, figlio del presidente e rappresentante delle nuove correnti del partito legate al mondo dell’economia e della finanza.

Il Presidente annuncia, in un nuovo intervento alla televisione la sera del primo febbraio, che rinuncerà a candidarsi alle prossime elezioni di ottobre, promettendo la modifica della Costituzione con l’inserimento di un limite ai mandati presidenziali, piccoli passi verso le richieste della piazza che però non vuole accontentarsi, la gente sente di poter alzare ancora di più la voce, di poter lottare per riprendersi un paese alla deriva. È a questo punto che il governo tenta di far sciogliere le manifestazioni attraverso migliaia di fantomatici sostenitori di Mubarak che si riversano come una folla impazzita verso la piazza. Il tentativo è chiaramente programmato e pilotato per creare caos, la guerriglia contro i pacifici manifestanti anti-Mubarak viene scatenata senza motivo né preavviso. Niente di tutto questo riesce ad avere effetto e mentre la moschea-ospedale si affolla di feriti, vengono alzate barricate a difesa dei dimostranti, Tahrir viene circondata da una sorta di muro che la trasforma da piazza a roccaforte, la manifestazione continua. Comincia così la caccia ai giornalisti stranieri accusati di fomentare la rivolta, viene saccheggiata la sede di Al-Jazeera, aggredita la troupe della CNN, arrestati anche giornalisti italiani. Il governo inizia ufficialmente la politica del terrore.

Diventa chiara la perdita completa del potere da parte del Rais e i continui tentativi di deviare l’attenzione su altro, si cerca in tutti i modi di permettere un’uscita dignitosa di Mubarak dalla politica egiziana. Il pericolo attuale è che i vertici governativi riescano ad isolare completamente la piazza e facciano tornare il resto della città alla normalità; ma le notizie che arrivano nelle ultime ore dicono che le dimostrazioni vanno avanti. La sete di libertà degli egiziani pare non essere stata ancora soddisfatta.

(fotografie di Giovanni Del Sorbo)

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