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Diritto di critica | July 19, 2019

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Vite migranti - «Avrei manifestato anche io con le donne italiane» - Diritto di critica

Vite migranti – «Avrei manifestato anche io con le donne italiane»

«Quando ero arrivata in Italia, dieci anni fa, mi aveva colpito il rispetto degli uomini per le proprie mogli: era molto bello vedere coppie a braccetto o uomini che aiutavano le donne a fare la spesa. In Senegal scene simili non sono affatto abituali e ho pensato che le donne italiane fossero molto fortunate. Le ho invidiate. Eppure adesso quando mi guardo attorno non so più cosa pensare».

Suzanne ha la pelle scurissima, un largo sorriso ed è sdraiata sul divano di casa davanti alla televisione accesa. Il telegiornale trasmette le immagini delle manifestazioni che il 13 febbraio hanno visto scendere in piazza più di un milione di donne in tutta Italia. «E’ bello che tante donne abbiano finalmente protestato – dice – ma perché non si sono ribellate anche prima? Mi era sembrato che le italiane fossero molto emancipate: possono studiare, lavorare e hanno molte possibilità, eppure negli ultimi anni si sono lasciate trattare male, come se non avessero scelta. Perché?». Sfoglia un settimanale, mostra le immagini patinate delle ‘escort’ di Villa Certosa e poi alcune pubblicità in cui donne molto provocanti ammiccano al lettore. «Non voglio dare giudizi, – scuote la testa – ma queste cose mi mettono a disagio. Le ragazze qui possono studiare e diventare qualcuno, quindi perché abbassarsi per tanto tempo ad atteggiamenti simili? Per fortuna ora si sono ribellate. Se non avessi dovuto lavorare – aggiunge – mi sarebbe piaciuto andare con le donne italiane alla manifestazione a Bergamo, il 13 gennaio».

Suzanne è giunta in Italia nel 2001 da Dakar, un visto turistico in mano e nessuna garanzia di lavoro. Alla scadenza del documento, tre settimane dopo, era diventata clandestina. «Per fortuna ho trovato quasi subito un posto e mi sono potuta regolarizzare». Ora vive con i due figli maggiori, Aeda e Sherif, di 24 e 22 anni. Gli altri due figli sono ancora in Africa con il marito e la famiglia, dove vivono grazie ai soldi che lei invia. Per sei anni non ha potuto riabbracciarli:  «prima dovevo mettermi in regola con i documenti in Italia – spiega – e raccogliere abbastanza soldi per il biglietto aereo».

A Dakar Suzanne lavorava come segretaria presso uno studio legale, ma è stata licenziata in un momento molto difficile per il Senegal: la disoccupazione diffusa, la situazione economica disastrata e l’impossibilità di mantenere la famiglia spingevano moltissima gente verso l’emigrazione. «Mio marito stava per andare in pensione. – racconta – In Senegal si prendono all’incirca 140 euro di pensione ogni tre mesi: praticamente niente. Così ho deciso di tentare la sorte in Italia, dove avevo già degli amici». 

All’inizio della sua avventura italiana, Suzanne trova lavoro in un ristorante ed è ospite presso una famiglia di conoscenti nella bergamasca, che però le chiedono molti soldi per l’affitto: «mi aiutavano, ma quell’aiuto aveva un costo troppo alto. Sembrava quasi un ricatto». Suzanne ottiene allora dal suo datore di lavoro la possibilità di dormire in una stanzetta sopra al ristorante. «Era un posto piccolissimo e gelido, d’inverno dovevo dormire sotto mucchi di coperte. Fortunatamente poi ho conosciuto un ragazzo senegalese che mi ha subaffittato una stanza nel suo appartamento. Quando lui se n’è andato, mi ha lasciato l’intero appartamento per un prezzo ragionevole». Adesso Suzanne non lavora più al ristorante, ma come badante presso un’anziana signora che le è molto affezionata e le garantisce turni abbastanza comodi. Nel paese è benvoluta e dice di non aver mai avuto problemi di razzismo per via del suo colore della pelle. «Talvolta – ammette – capita che sull’autobus la gente non si sieda vicino a me. Prima me la prendevo, ma ora non più: credo sia normale che alcune persone siano più chiuse di altre verso gli stranieri».  

All’inizio, però, non è stato affatto facile ricominciare da zero in un paese straniero: sebbene la lingua non abbia rappresentato un problema («in Senegal si parla francese, è molto simile all’italiano»), la nostalgia si faceva invece sentire quotidianamente. Suzanne si guarda le mani mentre racconta il dolore di una madre che deve stare separata dai figli e dalla famiglia per anni: «però almeno ora ho il conforto che ogni mese riesco a mandar loro i soldi per pagare la luce, l’acqua, il cibo e anche per qualche comodità in più. La mia famiglia in Senegal ora vive meglio: se non fossi venuta qui, non avrei potuto mantenerla dignitosamente».

Aeda e Sherif non hanno ancora trovato un lavoro. D’estate vanno al mare a vendere souvenir o fare treccine ai turisti sulle spiagge, mentre d’inverno cercano almeno lavoretti saltuari. «Quando sono arrivata io in Italia – spiega Suzanne – anche per gli stranieri c’era molto lavoro, ma adesso c’è troppa crisi. Capita spesso che i miei connazionali mi chiedano di aiutarli a trovare un’occupazione in Italia, ma devo sempre dire di no, che non è più tempo per venire qui. Se non si trova lavoro, si finisce per delinquere – prosegue – e si rischia di compromettere la situazione degli stranieri che, invece, vivono in modo onesto: questo non è giusto».

Alla domanda se pensi mai di tornare in Senegal, Suzanne sorride. «Tutto sommato l’Italia mi piace. Eppure – aggiunge – la mia famiglia è in Senegal. Potendo scegliere, mi piacerebbe trascorrere sei mesi giù e sei mesi qui. In fondo ora mi sento tanto senegalese quanto italiana».