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Diritto di critica | November 21, 2019

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Science: la stabilità sociale è questione di clima - Diritto di critica

E’ tutta colpa del clima. La mutazione delle temperature nei secoli avrebbe influenzato il livello dei conflitti sociali e la produttività agricola, provocando ondate migratorie e rendendosi responsabile dell’aumento dei rischi per la salute. E’ questa – in sintesi – la tesi di uno studio sulla variazione della temperatura negli ultimi duemilacinquecento anni, portato a termine dal professore svizzero Ulf Buntgen e pubblicato sulla rivista ‘Science‘.

L’alternarsi di clima asciutto e freddo e caldo-umido, nei secoli avrebbe provocato danni all’agricoltura e i cambiamenti non durarono  abbastanza a lungo da permettere alle civiltà di adattarsi: tale situazione avrebbe contribuito alle invasioni barbariche e agli stravolgimenti politici. Seguendo questo ragionamento, Buntgen arriva a ipotizzare che l’instabilità del clima potrebbe aver avuto un ruolo nella caduta dell’Impero Romano d’Occidente. Tra il 200 e l’800 d.C., infatti, nell’emisfero settentrionale  scarsi raccolti seguiti a periodi di siccità, si sono alternati ad inondazioni. I Mongoli lasciarono la steppa, i popoli nordici si spinsero verso sud e contribuirono al processo di disgregazione dell’Impero Romano d’Occidente.

Un altro esempio dell’implicazione del clima nelle vicende umane è dato dall’epidemia di peste avvenuta verso la metà del 1300 e sviluppatasi in corrispondenza di un periodo molto umido che ha facilitato la diffusione della malattia. Queste ipotesi poggiano ovviamente su una coincidenza temporale che – ragiona Buntgen – dimostrerebbe un legame strutturale tra i cambiamenti climatici e la caduta di alcune civiltà: quando si sono registrate situazioni politiche più stabili, il clima non ha subito cambiamente importanti.

La misura puntuale delle temperature risale solo al 1850, quindi le ricostruzioni che si spingono più indietro nel tempo si fondano su serie storiche, documenti d’archivio, proiezioni e analisi di campioni paleoclimatici e sedimenti di ogni tipo, ma non possono essere considerate molto precise. Lo studio conosciuto come ‘Curva a forma di bastone di Hockey‘ pubblicato nel 1999 dal climatologo Raimond Bradley, per esempio, ha ricostruito l’andamento della temperatura negli ultimi mille anni analizzando carote di ghiaccio, pollini, sedimenti e gli anelli degli alberi. E’ appunto quest’ultima la metodologia utilizzata da Buntgen che ha esaminato gli anelli di crescita di circa novemila tronchi d’albero al fine di ricostruire temperatura e precipitazioni nell’Europa occidentale: per la precisione, 7.284 campioni di quercia situate in Germania e Francia, 1.089 pini e 457 larici delle Alpi austriache.

Al rapporto  tra eventi politici e clima sono stati dedicati numerosi studi da cui possono arrivare conferme indirette alle conclusioni di Buntgen; la peculiarità del suo studio consiste, tuttavia, nell’aver indagato le condizioni del clima su un periodo molto più lungo.

Alla maggior parte degli scienziati che studiano questi temi, inoltre, rimane il problema che il riscaldamento globale che stiamo vivendo è senza precedenti. Il trend di crescita delle temperature e delle conseguenze climatiche a cui il fenomeno sembra legato, è in aumento e ciò  apre la strada a numerosi interrogativi. Fra cui uno che – diciamolo subito – non trova alcun riscontro di tipo scientifico. La domanda è la seguente: i cambiamenti climatici che registriamo oggi, con la loro coda di disastri sempre più gravi, possono essere il preludio alla fine del mondo profetizzata dai Maya e attesa, secondo alcuni, nel 2012? Di previsioni catastrofiche è piena la Storia della civiltà: si è sempre trattato di falsi allarmi, infatti il mondo è ancora qui. Perchè una cosa è la Scienza, altro sono le profezie e le superstizioni.