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Diritto di critica | September 23, 2020

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Crisi in Libia: gli interessi di Eni sul gas di Gheddafi - Diritto di critica

Le tensioni internazionali legate alla crisi in Libia stanno portando numerosi effetti sull’intero scacchiere internazionale. Nel nostro Paese, in particolare, le questioni economiche che legano Roma a Tripoli stanno destando preoccupazione almeno quanto il dramma della repressione nel sangue dei manifestanti, se non di più. Su tutti, l’affare più importante è quello che lega sul gas naturale Italia e Libia, unite dal lavoro e dall’interesse di Eni.

La società energetica ieri ha comunicato la sospensione delle attività in Libia, assicurando che il gesto di tutela dei propri lavoratori e mezzi non avrebbe inciso sul fabbisogno di petrolio e soprattutto gas per la nostra penisola. Il raggiungimento dei picchi di freddo nell’inverno, con la primavera alle porte, ha permesso la temporanea riduzione dell’uso del gasdotto Greenstream senza eccessivi patemi. La realtà è che, anche se i problemi per il regime di Gheddafi fossero cominciati in autunno, i danni non sarebbero stati irreparabili, almeno nel momento attuale. Contrariamente a quanto le dichiarazioni pubbliche di preoccupazione per la nostra dipendenza energetica lasciano intendere, nel gasdotto sottomarino che collega la costa di Mellitah con la stazione siciliana di Gela possono transitare circa 9 miliardi di metri cubi di gas, quasi pari alla produzione nazionale. Secondo i dati del Ministero dello sviluppo economico relativo al bilancio 2010, l’importazione di metano ha coperto circa il 90% del consumo, ma in gran parte grazie ai passaggi di Mazara del Vallo (TP) e Tarvisio (UD), rispettivamente punti di ricezione delle condotte provenienti da Algeria e Russia, i veri giganti che da soli sostengono il 58% del gas consumato.

È facile pensare che l’interesse nel paese in rivolta sia tutto dell’azienda del cane a sei zampe. Il metanodotto Greenstream è parte del Western Libyan Gas Project, un’idea nata negli anni ’70, alla scoperta di giacimenti lungo le coste, e portata avanti nei decenni successivi. Il passaggio dal Mediterraneo all’intera Europa con le partnership dei grandi distributori è da anni in crescita ed è tutelato dalla società italiana, a metà con la partnership della National Oil Corporation (NOC), la società petrolifera di stato libica. All’Eni, insomma, serve la NOC per avere possibilità commerciali nel vecchio continente e per affrontare, in particolare, la russa Gazprom. In Italia l’intera filiera del gas è gestita da Snam Rete Gas, distributore nazionale e unico operatore di rigassificazione sul territorio nazionale, controllata proprio da Eni.

Se si pensa che i progetti di nuovi impianti di gasificazione (da Trieste, a Rovigo, alla Toscana, fino a Puglia, Calabria e Sardegna) sono in continua espansione, l’ennesimo legame tra Stato e la società fondata da Mattei appare molto più che evidente e giustifica qualsiasi tutela operata da tutti i Governi succedutisi nella penisola.

Comments

  1. INeuropa

    Dal portale Indymedia:
    http://piemonte.indymedia.org/article/11834

    ENI Libia: sangue & petrolio.

    Quando l’ENI faceva affari d’oro in Libia, arricchendo il rais di Tripoli e s’ENImpippava delle sanziENI ONU e USA. Pardon sanzioni.

    Quando ci son di mezzo montagne di quattrini non ci si ferma davanti a niente e nessuno. E’ scritto anche in un dossier dell’ENI.

    C’è un dossier ENI-LIBIA che porta la data del 14 luglio 1998 (lo trovate qui allegato pdf e riprodotto). “ENI-LIBIA Wafa Field e NC41 Offshore Progetto GAS”. Gli uomini della società dell’Ing. Mattei avvertono che se si porterà a compimento questo progetto con il dittatore di libico Muhammar Gheddafi bisognerà poi fare i conti con le sanzioni USA. Dice il dossier l’Eni:

    “Le sanzioni colpiscono i soggetti (Società Petrolifere) operanti in Libia con ‘contratti’ la cui validità è successiva alla data di entrata in vigore del ‘Act’ e che violino le sanzioni imposte dall’ONU (risoluzioni 748 del 1992 e 883 del 1993). Non sono colpiti dalle sanzioni i contratti precedenti all’entrata in vigore del ‘Act’ e tutti i contratti di fornitura di beni, servizi e tecnologia. Per ‘contratti’ si intendono accordi con entità Libiche, relativi allo sviluppo di risorse petrolifere in Libia (esplorazione, estrazione, trasporto e raffinazione). Le sanzioni colpirebbero la Società che ha posto in essere il comportamento sanzionato e le sue Consociate a conoscenza di tale comportamento. Sono pertanto escluse le Società dello stesso Gruppo, non a conoscenza del comportamento sanzionato (‘innocent Subsidiary’). Le sanzioni che verrebbero imposte potranno essere scelte dal Presidente degli Stati Uniti tra le seguenti: 1) l’export-import Bank degli Usa non può concedere finanziamenti, garanzie ed assicurazioni relativamente all’esportazione dagli USA di beni o servizi destinati ad una Sanctioned Person. 2) Il Governo degli USA non può concedere permessi di esportazione dagli USA di beni e tecnologie destinate ad una Sanctioned Person. Il divieto si riferisce esclusivamente a beni e tecnologie la cui esportazione debba essere autorizzata dal Governo USA. 3) Le banche statunitensi non possono concedere finanziamenti superiori s 10.000.000 US$ all’anno ad una Sanctioned Person, a meno che la Sanctioned Person non utilizzi tali finanziamenti per attività umanitarie. 4) Gli istituti di credito e finanziari che siano Sanctioned Person non possono partecipare al mercato dei titoli di stato USA come ‘primary dealers’, né possono essere depositari di fondi del governo USA. Il Governo degli USA non può approvvigionarsi di beni e servizi da una Sanctioned Person. Il Presidente può imporre sanzioni finalizzate a limitare l’importazione negli USA di beni e servizi prodotti da una Sanctioned Person”.

    Come la storia c’insegna l’ENI s’ENIfischia altamante delle sanzioni USA/ONU e – oltre a riempire le sue – ha foraggiato per oltre quarant’anni le casse del colonnello Gheddafi a suon di miliardi di dollari. Tutto sto fiume di denaro dall’ENI ad uno dei più criminali e sanguinari dittatori del continente africano.

    Nel Verbale (n. 9) della Riunione del Consiglio di Amministrazione dell’ENI Spa del 14 luglio 1998 (che trovate qui allegato pdf) il Presidente dell’ENI, Ing. Guglielmo Antonio Claudio Moscato da conto delle lunghe trattative intercorse con le autorità libiche:

    “Il Presidente informa il consiglio che ha Divisione ha definito un ‘heads of agreement’ per l’importazione di gas dalla Libia, ricorda quindi che a definizione di tali accordi ha richiesto un lungo negoziato sui cui sviluppi il Consiglio è stato informato nella riunione del 28 ottobre 1997 e che le intese raggiunte consentono di porre le condizioni per lo sfruttamento commerciale del gas dei giacimenti di Wafa e della struttura NC41… L’Ing. Sguaini conclude la relazione rappresentando l’andamento delle produzioni del gas equity italiano e libico per il periodo 1998-2010 e gli indicatori di redditività del progetto che presenta un tasso di redditività interna del 15,87% nel caso base e del 17,15% nel caso con investimento inferiori del 10%…”.

    Nel Dossier “ENI-LIBIA Wafa Field e NC41 Offshore Progetto GAS”, come noterete si tracciano proiezioni di lungo termine e scenari di profitti sin’oltre il 2013. Dimenticando, come insegna il mitico Prof. Giulio Sapelli (insigne storico dell’economia nonché consigliere dell’ENI) che “non esistono più gli elementi stocastici di mercato. Esistono solo gli elementi stocastici geostrategici. Ad esempio Bolivia. Chi l’avrebbe mai detto che la Bolivia andava verso la scissione. E’ quello che sta capitando in Bolivia. Pensiamo al pericolo che abbiamo avuto sul Blu Stream. Noi abbiamo corso (ancora lo corriamo meno) se facevano il gasdotto, o la pipelines Baku-Ceyhan la previsione dei nostri utili sul Blue Stream quasi si dimezzavano…”.

    Il gasdotto Baku-Ceyhan venne poi costruito (purtroppo per l’Eni).. Gli scenari cambiano. In Egitto Mubarak ora va a tener compagnia alle mummie. Idem in Tunisia Ben Alì. In Algeria, Yemen ed in tutte le aree del mediterraneo la popolazione oppressa per decenni è in rivolta.

    La Libia è a ferro e fuoco. Chi l’avrebbe mai immaginato che nel 2011 anche un pazzo criminale come Muammar Gheddafi sarebbe arrivato al capolinea? Che il gasdotto ENI del Greenstream (collega Libia e Sicilia) avrebbe smesso di sfornare petrodollari?

    Una volta l’Eni risolveva fomentando le rivoluzioni (v. in Algeria e Iran).

    Lo ricordava il mitico Prof Giulio Sapelli in una convention dell’ENI Corporate University (v. video Eni a margine del presente articolo):

    “… io sono un ammiratore dell’impero britannico … naturalmente non possiamo fare come gli Americani di cambiare presidente, organizzare le rivoluzioni arancioni, non abbiamo più questi mezzi, l’abbiamo fatto in Algeria tanti anni fa, in Iran forse con Mossadeq ma adesso siamo diventati una società più normale, meno avventurosa, non facciamo più di queste cose. Probabilmente bisognerebbe continuare a farlo, ma questa è una visione che ognuno ha delle società petrolifere. Io sono uno molto all’antica su cosa devono essere”.

    Oggi, la società di Paolo Scaroni come risolverà? Fomenterà anche in Libia?

    Qualche sospetto verrebbe. Specie dopo che abbiam visto il logo dell’ENI sulla giacca di un mercenario che sparava sulla folla.