Berlusconi opinionista del Corriere della Sera, correva l’anno 1978
Il primo articolo compare a pochi mesi dall'iscrizione del futuro premier alla loggia massonica P2
Scritto da Emilio Fabio Torsello il 1 marzo 2011 in Politica
26 gennaio 1978: ad Aldo Moro restavano pochi mesi di vita e l’Italia era preda del terrorismo rosso e nero, senza distinzioni. Quel giorno un imprenditore in forte ascesa, Silvio Berlusconi, si iscriveva alla loggia massonica “Propaganda 2″ guidata dal venerabile Licio Gelli e si apprestava a diventare opinionista del più importante quotidiano nazionale, il Corriere della Sera. Quindici anni dopo sarebbe diventato Presidente del Consiglio.
Cosa fosse di preciso quella “loggia” probabilmente B. nemmeno lo sapeva. Di sicuro per lui rappresentava un gruppo di potere ben radicato nella politica e nei gangli vitali delle istituzioni. Tanto gli bastava. Lo stesso Corriere della Sera, allora guidato da Franco Di Bella, era intriso di massoneria, a partire proprio dal suo direttore il cui nome sarebbe comparso anni dopo negli elenchi sequestrati dalla magistratura presso la villa di Castiglion Fibocchi. Sul quotidiano di via Solferino, però, scrivevano anche cronisti autorevoli come Walter Tobagi, Roberto Martinelli e giovani giornalisti come Vittorio Feltri. Come dire: non tutto era marcio.
Nel 1978, però, sul quotidiano di via Solferino firmava corposi editoriali anche un brillante e quasi sconosciuto costruttore meneghino, noto all’anagrafe come Silvio Berlusconi.
Diritto di Critica è in grado di riproporvi alcuni editoriali firmati dall’attuale premier in quegli anni. Le edizioni del Corsera sono talmente vecchie che abbiamo dovuto consultarle attraverso bobine microfiches e lettore ottico.
Il primo articolo a firma “Silvio Berlusconi” è un editoriale dal titolo: “L’autarchia è un boomerang“. In apertura della seconda pagina del Corsera del 5 giugno 1978, il giovane costruttore scrive utilizzando i toni dell’economista di lungo corso: “l’imperativo categorico è quello di essere competitivi cioè efficienti nell’impegno delle risorse relativamente ai nostro concorrenti”. E mentre predica contro l’eccessivo protezionismo, Berlusconi critica quella “pratica politica basata sul populismo e sull’opportunismo trasformistico, di quelle che Carli ha recentemente definito ‘classi dirigenti prive di autorità“. Tale pratica, sottolinea B. anticipando perfino Marchionne e i suoi contratti capestro, “ha portato alla quasi unanime accettazione di principi essenziali per qualunque sistema economico di mercato, quale quello della sacralità dell’occupazione da difendere ad oltranza, fabbrica per fabbrica, indipendentemente dall’andamento del ciclo e dell’economia delle imprese”. Questo modus operandi, secondo Berlusconi, avrebbe portato “alla rimozione dell’azione disciplinatrice del mercato sull’operare dell’impresa”. Sempre nello stesso editoriale, B. prosegue: “L’inefficienza del sistema previdenziale e pensionistico ha gonfiato a dismisura il deficit nel settore pubblico allargato, costringendo le banche ad acquistare quantità ingenti di BOT per finanziarlo e sottraendo così credito prezioso al settore privato“. Ci vorrebbe – conclude B. – “un po’ meno Karl Marx, di cui forse si è fatta indigestione, e un po’ più di Adam Smith“.
Studiosi, economisti e una terminologia da finanziere di lungo corso, Berlusconi cercava di apparire come un nuovo interlocutore in grado di leggere il futuro dell’Italia alla luce delle scelte che la classe politica di allora avrebbe saputo o meno prendere negli anni bui del terrorismo e dei governi democristiani, dove la Dc prima che una forza politica era una filosofia di vita, un modo d’essere. Il 9 maggio 1978, intanto, erano stati uccisi Aldo Moro e Peppino Impastato. Al primo vennero dedicati titoli a tutta pagina, al secondo un trafiletto nella cronaca: “Ultrà di sinistra dilaniato dalla sua bomba sul binario” e il sommario “Sparsi tutt’intorno i resti della vittima, un aderente a democrazia proletaria”. Insomma, uno dei tanti terroristi che infestavano l’Italia. Intanto, nel Nord delle fabbriche e degli emigranti, B. costruiva la sua ascesa passo dopo passo. Sarebbe diventato a suo modo famoso.
Giovedì vi racconteremo un altro “editoriale” dell’attuale premier. Nel 1978, infatti, Silvio Berlusconi parlava anche ai giovani. Questa volta da costruttore più che da economista.
-
vibar
-
Emilio Fabio Torsello
-
vibar
-
Pier Luigi Zanata
-
Marco Fattorini

