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Diritto di critica | July 6, 2020

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Vite migranti - Visti di nuovo come “gli stranieri che rubano il lavoro” - Diritto di critica

Vite migranti – Visti di nuovo come “gli stranieri che rubano il lavoro”

«Qualche anno fa l’Italia per gli stranieri  era un sogno. Adesso non è più così: la crisi sta rendendo tutto sempre più difficile». Aretha, ghanese, non è molto ottimista quando pensa al futuro. Seduta nel salotto di casa, dimostra meno dei suoi 41 anni e mentre parla le sue parole si soffermano continuamente sui figli, i suoi ‘ragazzi’: Janet di 18 anni, Dimitry di 15 e Jade di 13. «Vorrei garantire loro una buona vita in Italia, – spiega – ma da quando c’è la crisi, noi stranieri siamo visti come coloro che rubano il lavoro agli italiani. Non è piacevole».

Aretha lavora come operaia in una fabbrica della bergamasca. Dodici anni fa ha deciso di lasciare il Ghana perché la situazione economica disastrata del paese non permetteva una vita dignitosa: il marito era già da anni in Svizzera per lavoro. «Non ci mandava i soldi e non era affatto facile mantenere tre figli da sola e senza un lavoro. – spiega Aretha – A Bergamo però avevo già una sorella che si è offerta di darmi una mano: l’Italia in quel periodo rappresentava un miraggio, un sogno per una vita migliore». Con l’aiuto di alcuni parenti ha sistemato i documenti ed è riuscita a comprare un biglietto aereo per l’Europa: «avevo il visto regolare», sottolinea. Dopo un brevissimo periodo a Modena, Aretha ha trovato un posto come badante a Bergamo e grazie a un contratto di lavoro ha ottenuto il permesso di soggiorno nel 2002.

 Dopo altre brevi esperienze lavorative (come commessa e donna delle pulizie), Aretha è però rimasta disoccupata. «Il pensiero di dover tornare in Ghana mi faceva sentire come se avessi fallito una sfida importante. – ammette – Ma per fortuna poi sono stata assunta in una fabbrica a Clusone, un paese di provincia. In quegli anni era veramente facile trovare un lavoro, c’erano più possibilità per tutti». Solo allora finalmente ha presentato domanda per far arrivare in Italia, con il ricongiungimento familiare, i suoi tre figli, che in quei mesi erano invece rimasti con la nonna. «Tutti i miei parenti ed amici – spiega Aretha – chiedevano di me a mia madre: pensavano che in Italia fossi diventata ricca, che vivessi come una signora. E’ questa l’idea che si ha dell’Europa: un posto dove chiunque, semplicemente rimboccandosi le maniche, può avere le possibilità che qui in Ghana invece mancano». Un’idea che, per Aretha, negli ultimi anni si è modificata: nella fabbrica siderurgica dove lavora, molte persone sono già in cassa integrazione ed altre sono state licenziate nei mesi scorsi, «soprattutto straniere». Il lavoro infatti scarseggia e, nonostante le rassicurazioni di politici ed economisti sull’“economia in ripresa”, sembra che nulla riparta in modo significativo: una situazione che non fa ben sperare e che negli ultimi tempi ha reso il clima in fabbrica un po’ più teso. «Non ho mai avuto problemi per il fatto di essere africana, – spiega la donna – ma l’incertezza e la paura di essere lasciati a casa ci hanno resi più cauti, diffidenti l’uno verso l’altra. E mi è capitato di sentirmi dire che come immigrata stavo occupando un posto di lavoro che poteva spettare a un’italiana: episodi simili all’inizio non erano si erano mai verificati».  Per questo Aretha ha intenzione di presentare la domanda per diventare cittadina italiana: senza cittadinanza la sua permanenza in Italia è legata al contratto di lavoro, l’unico modo per rinnovare il permesso di soggiorno. Sebbene lavori e paghi i contributi in Italia da più di dieci anni.  «L’attuale situazione mi preoccupa, perché sono soprattutto gli stranieri ad essere penalizzati. – spiega – Forse è normale che sia così: ogni paese protegge prima di tutto i suoi cittadini. Ma non credo sia giusto danneggiare quegli immigrati che come molti italiani vivono e lavorano onestamente. Sembra sempre più difficile ad esempio – continua – ottenere i documenti: ogni due anni bisogna andare in questura per il rinnovo del permesso, c’è sempre molta burocrazia da sbrigare e le procedure si fanno sempre più ingarbugliate. Come se cercassero di demoralizzarci, di farci capire ‘andatevene, adesso non ci servite più’. Di farci passare la voglia di sentirci italiani».