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Diritto di critica | April 3, 2020

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Ghajar, la Berlino libanese che preoccupa Israele e Siria - Diritto di critica

Ghajar, la Berlino libanese che preoccupa Israele e Siria

Lungo il fiume Hasbani, che scorre ai margini della controversa regione del Golan, sorge un piccolo villaggio di 2300 abitanti. Ghajar è il suo nome e ha una particolarità: è idealmente divisa in due. La parte nord del paese risiede in territorio libanese, il lato sud, invece, si trova nel territorio del Golan occupato da Israele sin dal 1967 e che fu siriano.

Israele ha acquisito Ghajar dalla Siria nel 1967, assieme a tutto l’altopiano del Golan. Nel 2000, dopo 18 anni di occupazione, Israele si ritirò dal sud del Libano e l’Onu tracciò la cosiddetta Blue Line, che ridefinì i confini tra i due paesi e che divise a metà il villaggio arabo. Così, la parte settentrionale e 1500 abitanti, passarono in Libano, sotto il controllo delle forze dell’Unifil – di cui facevano parte anche alcune truppe italiane.

Attualmente le forze israeliane controllano – illegalmente – anche il nord del paese, e lo fanno dalla fine della seconda guerra israelo-libanese del 2006. Libanesi o israeliani: è una disputa che tocca gli abitanti di Ghajar in maniera relativa, in quanto loro da sempre si sentono siriani. Nonostante abbiano passaporto israeliano, sia a nord che a sud, secondo l’esito di una petizione degli anni sessanta. E nonostante parte di loro sia stato di fatto “spostato” in Libano.

IL RITIRO DI ISRAELE – La vita della comunità di Ghajar rischia di essere nuovamente stravolta. Lo scorso novembre, il ministro degli Esteri israeliano, Avigdor Lieberman, ha ufficializzato l’intenzione di ritirare velocemente le truppe dal nord del paese, ”mantenendo la sicurezza regionale di Israele e la qualità della vita degli abitanti del villaggio”. Da allora, gli ufficiali di IDF e Onu hanno avviato una trattativa per concordare un piano di ritiro condiviso. Ma il terremoto politico di gennaio, che ha consegnato grande potere a Hezbollah nel parlamento libanese, ha modificato i piani di Tel Aviv riguardo il Golan.

”Non vogliamo fare regali al governo di Hezbollah”, ha detto un funzionario israeliano a Ynet (il sito del quotidiano ‘Yediot Ahronot’), parlando di congelamento nel piano di ritiro da Ghajar in seguito alle tensioni nel Paese dei Cedri. Ma Ghajar è solo una delle preoccupazioni di Tel Aviv, il simbolo di un cambio di strategia necessario.

L’accresciuto potere politico di Hezbollah in Libano, a scapito del ben più affidabile ministro uscente Saad Hariri mette in allerta gli israeliani, sempre più preoccupati per la loro sicurezza. Secondo la stampa siriana, proprio nel Golan, giusto una settimana dopo la nomina del nuovo premier libanese Miqati, si sono svolte alcune esercitazioni di guerra massicce da parte delle IDF, che avrebbero coinvolto centinaia di carri armati e migliaia di uomini.

“LA FORZA DEL NOSTRO ESERCITO” – Il 14 febbraio, nel giorno dell’anniversario della morte di Rafiq Hariri, (la cui inchiesta a riguardo sta scuotendo il Libano), il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha dichiarato che l’esercito israeliano è “pronto a ogni eventualità”, in rifermento al “terremoto” che sta rivoltando come un calzino la situazione politica di tutto il mondo arabo. “Sappiamo che la nostra esistenza – ha continuato Netanyahu – e la nostra capacità di convincere i nostri vicini a vivere in pace assieme a noi sono basate sulla forza del nostro esercito”.

Mentre i capi dell’esercito egiziano hanno già garantito a Tel Aviv di voler rispettare gli accordi di pace con Israele, parte della preoccupazione israeliana proviene certamente da Hezbollah, che nel proprio statuto possiede ancora la dicitura di combattere il paese sionista, e che ha nel suo principale finanziatore il governo di Tehran – tra l’altro, presente il Libano con un discreto numero di pasdaran.

PEACE FOR GOLAN – Ma c’è dell’altro. Siria e Israele non hanno mai raggiunto un accordo di pace. A causa del Golan, i due paesi son ancora formalmente in guerra – la pace è garantita da un semplice “cessate il fuoco” e ci sono circa 1.000 uomini delle forze di pace al confine. E adesso che la Turchia (sunnita) sta gareggiando con l’Iran (sciita) riguardo ai finanziamenti verso il paese di Assad, anche gli Stati Uniti si stanno avvicinando al paese siriano, fondamentalmente per toglierlo dall’orbita iraniana (e persino l’Italia, con il ministro Frattini, si è espressa per la restituzione del Golan alla Siria).

Così, le manovre militari del Golan potrebbero essere un segnale rivolto a Obama, oltre che alla Siria, reo di aver voltato le spalle a Netanhyau: il Golan non si tocca. Eppure, gli accordi di pace tra i due paesi potrebbero ricominciare. Il senatore John Kerry ha incontrato Assad a fine febbraio e i due hanno buttato giù una bozza informale. “Peace for land”, con tutta probabilità sarà il principio guida. Peccato che proprio in quel periodo, la Siria accoglieva nel suo porto di Latakia una fregata e una nave da rifornimento iraniane, a principio di un presunto più ampio accordo militare tra i due governi (e che potrebbe coinvolgere anche Hezbollah).

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