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Diritto di critica | May 23, 2019

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Fuori all'Inno di Mameli, la Lega continua la battaglia contro i simboli dell'Italia - Diritto di critica

Fuori all’Inno di Mameli, la Lega continua la battaglia contro i simboli dell’Italia

Inno di Mameli? Allora si resta fuori con caffè e brioche. La promessa leghista è stata mantenuta: ieri al Pirellone i consiglieri regionali lombardi della Lega Nord, compreso il figlio del Senatùr Renzo Bossi,  non si sono presentati in aula all’inizio dell’assemblea perché, come imposto da una legge di poche settimane fa sui 150 anni dell’Unità d’Italia, veniva eseguito in apertura l’inno nazionale. Così, mentre gli altri consiglieri durante l’esecuzione se ne sono stati in piedi dietro ai banchi esibendo coccarde tricolori, spille o bandiere dell’Italia in occasione della ricorrenza dei 150 anni dell’unità nazionale, per il Carroccio era presente – ma, come da lui stesso specificato, «esclusivamente per il ruolo istituzionale» – solo il presidente Davide Boni: gli altri del gruppo hanno prolungato di qualche minuto la colazione.

Un comportamento, quello della Lega, giudicato inaccettabile, sebbene la dura presa di posizione del Carroccio lombardo fosse prevedibile proprio perché non nuova. Già in occasione delle votazioni per i finanziamenti ai festeggiamenti dell’Unità il Carroccio aveva infatti puntato i piedi: nella stessa seduta era stata approvata l’istituzione di una festa tutta lombarda per il 29 maggio, ma era passato – con la Lega come unica fazione contraria – anche l’emendamento presentato dall’Italia dei Valori che prevede, appunto, l’esecuzione dell’Inno di Mameli prima di ogni seduta del Consiglio Regionale. Oggi, i leghisti hanno di nuovo ribadito in modo inequivocabile il loro no a qualunque forma di celebrazione per un’unità che continuano a non desiderare. «Il sentimento di appartenenza all’Italia non avviene per imposizione», questa la spiegazione di Boni, che ha poi paragonato allo «stadio quando gioca la Nazionale» lo sventolio di tricolori in consiglio regionale. «Che i consiglieri regionali lombardi della Lega siano usciti durante l’esecuzione dell’inno di Mameli è un vero e proprio schiaffo al Paese. Se non si sentono italiani, si dimettano e rifiutino il lauto stipendio che gli arriva puntuale a fine mese», è stato il commento sulla vicenda del portavoce dell’Italia dei Valori Leoluca Orlando.

Un episodio simile a quello accaduto al Pirellone si è verificato anche in Consiglio Provinciale a Milano, dove però dall’aula al momento dell’Inno di Mameli mancavano anche i consiglieri del centrosinistra, «nel tentativo – si legge in una nota del capogruppo pdl Massimo Turci – di far cadere il numero legale proprio all’inizio della discussione sul bilancio di previsione 2011». La decisione di suonare l’inno prima dell’appello di inizio seduta e prima che venga accertata la presenza del numero legale è, a detta del consigliere provinciale pdl Roberta Capotosti, «inaccettabile» perché «in questo modo viene svilita la solennità dell’Inno stesso».

Episodi sporadici forse, ma che tingono di amarezza l’apertura delle celebrazioni per i 150 anni dell’Unità d’Italia, in occasione delle quali il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha ricordato il valore della Costituzione che unisce identità nazionale e autonomie territoriali. Ma questo alla Lega sembra non bastare, nemmeno a fronte del riconoscimento di una propria festa ad hoc. E i comportamenti degli esponenti del Carroccio hanno suscitato parole dure anche all’interno della loro stessa maggioranza di centrodestra: «chi non rende onore alla propria bandiera, al proprio inno e alla patria – ha commentato l’assessore alla Sicurezza e coordinatore provinciale milanese del Pdl, Romano La Russa – non può che essere definito vigliacco e la sua esistenza meschina. Migliaia di lombardi si sono sacrificati, dalle guerre risorgimentali fino alle battaglie sul Carso e sul Piave. Chi disonora il sangue dei propri avi, patrioti che si sono immolati per sconfiggere il nemico asburgico, è un traditore e un vigliacco».

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