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Diritto di critica | August 20, 2019

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Così l'Italia unita inaugurò il suo Parlamento - Diritto di critica

Così l’Italia unita inaugurò il suo Parlamento

Era il 17 marzo 1861 quando Vittorio Emanuele fu proclamato Re d’Italia. Ma pochi sanno che  l’ “avventura” legislativa della nostra Penisola iniziò il 18 febbraio di 150 anni fa a Torino, presso il Palazzo Carignano. È il giorno in cui il nostro Parlamento, saldamente indirizzato dalla monarchia sabauda, si riunì per la prima volta dopo la liberazione del Sud ad opera di Giuseppe Garibaldi. Anche l’Eroe del due mondi era presente in aula, con la sua inseparabile camicia rossa.
Il nuovo Parlamento Italiano era composto da 443 deputati, eletti da soli 240mila cittadini maschi, e 221 senatori, nominati dal re. Ma quella mattina del 18 febbraio erano presenti in aula 364 onorevoli. Il capo del governo Camillo Benso conte di Cavour arrivò di buon’ora alla Camera, per controllare che tutto fosse pronto. Alle 11 Vittorio Emanuele II avrebbe tenuto il discorso di apertura dei lavori, introdotto dall’inno di Mameli.
Pensiamo anche solo un attimo all’atmosfera che si respirava a Torino. La città era in fibrillazione da giorni: gli alberghi erano pieni e le vie principali invase da forestieri emozionati. Erano tanti anche i giornalisti, alcuni stranieri, che avevano una parte dell’aula parlamentare riservata a loro. La sicurezza era affidata a quattro legioni della Guardia Nazionale.
Il Comune di Torino aveva predisposto tutto: fontane ricche di giochi d’acqua e luci avrebbero accompagnato la sfilata della carrozza reale verso il Parlamento, decine di fioriere e bandiere al vento addobberanno le vie del centro. Anche tra le classi popolari c’era fermento e voglia di partecipare ai festeggiamenti: per loro razioni di pane del valore di 5mila lire (ovvero 22mila euro). Il cielo era grigio e faceva freddo.
Gli occhi di tutti erano rivolti alla Camera dei Deputati, completata dall’architetto Amedeo Peyron in soli 113 giorni. Al centro dell’emiciclo era stato sistemato il trono del re.
A pochi minuti dalle 11 l’aula era gremita: tra gli spettatori comparvero Giuseppe Verdi, Alessandro Manzoni, Vincenzo Gioberti. E tra i deputati Bettino Ricasoli, che da lì a pochi mesi avrebbe preso il posto di Cavour.
Vittorio Emanuele II fece il suo ingresso scortato dai principi Amedeo e Umberto. Alla sua sinistra presero posto gli ambasciatori di Prussia, Gran Bretagna, Francia, Turchia, Svezia e Belgio. Poco distanti i ministri e Cavour. «Signori Senatori, Signori Deputati, libera ed unita quasi tutta, per mirabile aiuto della Divina Provvidenza, per la concorde volontà dei popoli, e per lo splendido valore degli eserciti, l’Italia confida nella virtù e nella sapienza vostra. A voi si appartiene di darle istituti comuni e stabile assetto», disse il principe sabaudo che sarebbe diventato  re d’Italia un mese dopo. L’aula esplose tra grida e fragorosi applausi.
Fuori, intanto, si prepararono i fuochi d’artificio che durante la sera avrebbero illuminato il cielo di Torino. l’Italia era “fatta”.

Comments

  1. Art - ilsolitopost.blogspot.it

    Tu sei laureata in storia e parli di “liberazione” del Sud. Ed ancora non descrivi come una cittadina come Torino non era in grado di ospitare le strutture amministrative di un Parlamento Nazionale. Molti deputati non avevano né uffici, né un posto dove dormire. Quel Parlamento che non rappresentava nulla del Paese reale, si apprestava ad emanare leggi che avrebbero nei decenni successivi spogliato il Sud a vantaggio delle vuote casse piemontesi, dato inizio ad una sanguinosa guerra civile, e lasciando ai meridionali l’unica scelta: l’emigrazione.
    Torino, una piccola città di un Regno provinciale, si apprestava a regnare sulla terza capitale d’Europa, Napoli, la più popolosa, ricca, culturalmente e tecnicamente avanzata città d’Italia.
    Ecco, se un’Italia doveva farsi, doveva essere Repubblicana. E se una capitale doveva esserci, nel 1861, quella doveva essere Napoli.