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Diritto di critica | October 15, 2019

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La rivoluzione sulla strada di Damasco: è la volta della Siria - Diritto di critica

La rivoluzione sulla strada di Damasco: è la volta della Siria

Mentre gli occhi del mondo sono puntati sulla Libia, la rivoluzione araba continua, raggiungendo un’altra fase molto delicata per il Medio Oriente. La nuova protagonista è la Siria. Il delicato equilibrio di questa regione, che è stato già scosso più volte negli ultimi mesi, è nuovamente messo in pericolo dalle proteste del poolo siriano intenzionato a mettere fine al regime oppressivo della famiglia Asad.

L’ondata democratica è giunta anche alle porte di Damasco. Tutto è iniziato a Daraa, dove sono stati arrestati e trasferiti nella Capitale alcuni bambini accusati di aver scritto sui muri della scuola slogan contro il regime. Dopo il fallimento di qualsiasi tentativo di mediazione il malumore popolare ha drammaticamente avuto sfogo. È stato l’inizio di un sollevamento causato da esasperati abitanti appartenenti ad una regione agricola per anni colpita da gravi siccità e problemi di immigrazione interna. La protesta si è velocemente diffusa e coraggiosi cittadini rappresentativi di tutti i gruppi sociali del Paese si sono uniti per chiedere con un’unica voce non solo il cambiamento del regime ma anche il ridimensionamento delle forze di sicurezza che intervengono in ogni aspetto della vita sociale e politica dei Siriani. La disoccupazione crescente, l’aumento del costo della vita, l’assenza di sostegni statali e la sfiducia nelle istituzioni ha determinato l’esplosione di un risentimento contro un regime oppressivo che è stato covato per anni.

Mentre le proteste continuano nonostante il divieto di manifestare, Il governo siriano ritiene di potere tenere testa alla rivolta grazie ai servizi di sicurezza che da sempre controllano in modo capillare il Paese. Ma quanto ancora potrà durare questa certezza? Intanto il popolo è già riuscito a strappare alle autorità la promessa di considerare la possibilità di revocare le restrizioni in materia di libertà politiche e civili e dello stato di emergenza.

La Siria è governata dal 1963 dal partito Baath ed il Presidente è Bashar al-Asad figlio di Hafiz-Asad che è stato al potere dal 1970 fino al 2000, anno della sua morte. Il Presidente ha il potere di nominare i ministri, i funzionari pubblici e i vertici militari. Può dichiarare guerra, legge marziale e l’amnistia. Ha il potere di promulgare leggi ed emendare la Costituzione. A questi poteri se ne sono aggiunti molti altri da quando, in seguito al colpo di stato del 1963, è entrata in vigore la legge marziale, giustificata dallo stato di guerra con Israele e dalla minaccia del terrorismo. Con questo provvedimento sono state sospese la maggior parte delle garanzie costituzionali a partire dalla possibilità per le autorità di fermare cittadini sospetti dissidenti e di accusarli di vari tipi di reati che vanno dall’ “attentato alla sicurezza dello Stato” a “contatti con Paesi stranieri nemici” alla “diffusione di informazioni false con lo scopo di indebolire la nazione”. Tutto ciò ha ampliato ulteriormente il margine di manovra del presidente.

La Siria è un paese chiave in Medio Oriente per gli Stati occidentali. Fondamentale per Israele perennemente preoccupata di conservare la fragile stabilità della regione ed importante per l’Iran con il quale ha dato vita ad una stretta alleanza strategica. La Siria si presenta come un interlocutore strategico nel Medio Oriente e per il Medio Oriente. Dopo anni di critiche al regime ora sembra sia difeso e sostenuto in primo luogo dall’Arabia Saudita, con cui ha recentemente ricucito i rapporti, che si è dichiarata pronta a difendere il Paese. Buoni rapporti anche con gli Stati Uniti che non hanno intenzione di interferire negli affari interni siriani. La Siria sembra dunque essere protetta da un disinteresse/interesse esterno che potrebbe quindi lasciare carta bianca nella scelta di come arginare e reprimere la protesta.