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Diritto di critica | July 11, 2020

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L'Aquila, a due anni dal terremoto la fotografia di una città immobile - Diritto di critica

Trentasettemila assistiti, un centro storico diroccato, muto e inaccessbile e una Zona franca che per ora è tale solo a parole. E’ questa, in sintesi, la situazione dell’Aquila a due anni dal sisma che il 6 aprile 2009 ha distrutto il capoluogo abruzzese. Nelle periferie sono pochi i palazzi abitati, il quartiere di Pettino, ad esempio, è quasi completamente diroccato. E le fotografie sono sempre le stesse: palazzi sventrati, finestre esplose, interni vista-strada e una ricostruzione al palo. Per ora, infatti, sono state restaurate solo le case B e C. Massimo Cialente, sindaco dell’Aquila, ha promesso che entro Natale saranno completati i lavori anche su un migliaio di edifici E, i più lesionati. Intanto sono passati due anni.

E se nel capoluogo la situazione è immobile ma comunque monitorata da media e istituzioni, è nelle frazioni che la realtà si fa terribile. Paesini come Onna, Tempèra o Paganica, difficilmente torneranno quelli che erano prima del 6 aprile 2009. Un’onda lunga di morte e distruzione ha anninetato comunità già piccole, riducendo a un cumulo di macerie palazzi antichi che mai avrebbero potuto reggere una scossa di quella potenza. Attraversare queste frazioni, singifica tornare indietro nel tempo, agli istanti immedietamente successivi al sisma.

Ad essere stata stravolta, però, è la vita quotidiana degli aquilani: il progetto CASE voluto dal governo e dalle istituzioni cittadine ha previsto siti fuori città, con una viabilità impazzita, preda ogni giorno di lunghe code. “Il concetto di prossimità è stato stravolto – mi spiega Anna, un’abitante del progetto CASE – quelli che prima erano i nostri vicini sono finiti chissà dove, nell’assegnazione delle nuove abitazioni non è stata considerata la struttura sociale preesistente”.

C’è poi il discorso dei Map, i moduli abitativi provvisori: “In soli 45 metri quadri – spiega Romina, inquilina in un Modulo nel villaggio di Fossa – non è possibile portare nulla di quanto si aveva nella vecchia casa. Avevo comprato una cucina nuova ma non mi è stato permesso di trasferirla qui nel Map, ho dovuto utilizzare per forza quella montata dalla Protezione civile, con il risultato che i mobili e quanto ho lasciato nel mio Paese, stanno infracidendo”. A Fossa, Romina aveva una casa gravemente lesionata dal sisma: una stanza è quasi isolata, dal piano superiore filtra umidità e in due anni le mura sono diventate ormai verdi di muffa.

All’Aquila la ricostruzione è quanto mai un miraggio.

Comments

  1. Maria Rita