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Diritto di critica | October 17, 2019

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L'Iran, "la più grande prigione per giornalisti" - Diritto di critica

L’Iran, “la più grande prigione per giornalisti”

“Lo spazio per raccontare i diritti umani in Italia è molto limitato rispetto alle televisioni estere. Quando si parla di diritti umani, vengono invitati in trasmissione “esperti” come l’ex ministro Roberto Castelli o deputati come Antonio Di Pietro”. Una pratica distorsiva, messa in evidenza da Riccardo Noury, portavoce della sezione italiana di Amnesty International, moderatore dell’incontro dal titolo “Diritti umani, i linguaggi della comunicazione” presso l’International Journalism Festival di Perugia.

Tra i partecipanti all’incontro, Emilio Casalini, giornalista RAI e autore di un reportage sull’Iran. “Oggi se si parla di diritti umani, negli ascoltatori nasce la noia perché lo si fa in modo pesante, facendo perdere attrattiva ad un argomento invece fondamentale. Riconoscerlo non significa essere servi della spettacolarizzazione ma trovare la giusta via di mezzo per raccontare: fornire dati, informazioni e storie interessanti, diverse tra loro, scegliendo come “contorno” immagini efficaci”.

Particolarmente tagliente la riflessione di Casalini sulla condizione di quanti fanno informazione in Iran, definito da molti come “la più grande prigione per giornalisti“. “Quando vado in Iran – spiega – so che rischio molto meno rispetto ai colleghi del posto: un europeo non verrà mai torturato o giustiziato. Siamo privilegiati. Andare in questi Paesi, dove è difficile raccontare, ha quindi un risvolto etico importante: costringiamo le nostre diplomazie a sporcarsi le mani con situazioni dove la libertà non è garantita”.

E Resa Ganij, cronista iraniano incarcerato per aver sostenuto un candidato riformista, dice: “Da due anni in Iran i giornalisti vengono costantemente oppressi in quanto nemici del regime. All’inizio hanno espulso tutti i colleghi stranieri, dopodiché hanno iniziato un’azione sistematica di arresto dei giornalisti iraniani. Tantissime testate indipendenti sono state chiuse e i loro cronisti imprigionati. A quanti poi usciranno di prigione – spiega – sarà impedito di continuare a fare il proprio lavoro. La guerra vera è il controllo dei canali di informazione e i giornalisti sono i nemici”.

Ma il vero problema nel Paese di Ahmadienjad è il governo di matrice religiosa: i giornalisti che vanno contro lo stato, spiega Resa, “vengono considerati nemici di Dio e condannati a morte“. “Questa stessa situazione – prosegue – l’ha vissuta l’Europa durante il Medioevo ma i singoli Stati sono poi riusciti a smarcarsi dalle teocrazie. La condizione iraniana, inoltre, è diversa da Paesi come l’Egitto o la Tunisia: lì si tratta di rimuovere un dittatore, in Iran si deve invece eliminare la religione dalla vita politica”.

L’Iran però è divenuto anche la patria del citizen journalism. Le proteste del 2009, infatti, sono state documentate da cittadini-giornalisti e i loro filmati sono rilanciati dalle testate di tutto il mondo. In quell’occasione, spiega ancora Resa, “il governo iraniano ha cercato di bloccare internet, abbassando di molto la velocità di connessione, ha chiuso il sito della Reuters e ha intralciato Google e Gmail. La stessa società di telecomunicazioni è controllata dalla milizia filogovernativa. C’è una polizia che lavora come hacker. I giornalisti occidentali – prosegue Resa – devono creare aperture verso quelle informazioni che i governi cercano di bloccare. Da diversi anni Giornalisti senza frontiere definisce l’Iran come la prigione per cronisti più grande del mondo. Io facevo il conduttore televisivo – aggiunge – ero vicino al candidato riformista nelle elezioni 2009 e sono stato arrestato mentre stavo lavorando, dopo ho dovuto lasciare il Paese. I giornalisti del mondo libero – conclude – possono darci uno spazio per raccontare la nostra esperienza e quella del nostro popolo”.