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Diritto di critica | August 14, 2020

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"Italia paese orizzontale": così si racconta l'economia disincantata? - Diritto di critica

“Italia paese orizzontale”: così si racconta l’economia disincantata?

“L’Italia è un paese orizzontale, e dovremmo esserne fieri”: lo sostiene in un’oscuro intervento Dario Di Vico, giornalista economico del Corriere della Sera. Al Festival del Giornalismo di Perugia, il cronista inscena un mix astruso di cinismo, pragmatica e ideologia: “da noi non si può fare ricerca con la R maiuscola. L’imprenditore viene dimenticato, i giornali trattano il lavoro come strumento politico“. Per finire: “l’economia non dipende da Berlusconi ma dalla globalizzazione”.

Su questi toni si è sviluppato il ragionamento di Dario Di Vico, durante un incontro intitolato “Il declino italiano” all’International Journalism Festival di Perugia. La reazione del pubblico era di crescente stupore, con applausi che si diradavano ad ogni suo intervento. La moderatrice Sarah Varetto (conduttrice di SkyTg24 Economia) non faceva in tempo a rigirargli una domanda del pubblico, che Di Vico la smentiva banalizzandola. “A suo parere, l’Italia dovrebbe puntare sulla ricerca e sul capitale umano per ritornare a crescere – come fanno Cina e India con investimenti da capogiro?” Risposta netta: “inutile stare a parlarne, noi non possiamo fare ricerca con la R maiuscola: non abbiamo i fondi statali, non abbiamo le aziende, non abbiamo centri di ricerca in grado di farla . Possiamo fare un pò di ricerca incrementale, ma nessuna svolta. Per dire, non scopriremo mai la cura del cancro. Mi accontenterei di qualche piccolo passo nel settore agroalimentare, sarebbe un risultato.”

Il ragionamento non fa una piega, ma solo in apparenza. In primo luogo, fondi statali ci sarebbero, ma sono frutto di una scelta politica: mettiamo denaro per salvare l’italianità di Alitalia (controllata due mesi dopo da Air France KLM) o per formare nuove leve di ingegneri, medici e ricercatori? Investiamo nelle nuove tecnologie o recuperiamo l’irrecuperabile con nucleare e affini? Sono scelte politiche, tutte da valutare – ma nessuna obbligata “dall’alto”. Inoltre, il presunto handicap italiano nei centri di ricerca e nei “cervelli” è del tutto ingiustificato. Tanto per restare nel campo citato dallo stesso Di Vico, si può citare il lavoro di Veronesi sulla prevenzione e cura dei tumori, in particolare del seno. E i centri di eccellenza, almeno fino a qualche anno fa, c’erano anche nel settore delle radiocomunicazioni, della chimica e dell’ingegneria. Peccato che da almeno un decennio i ricercatori siano costretti a fuggire all’estero per trovare lavoro…

Il punto di vista di Di Vico è che noi vogliamo troppo, per vanità. “Ci piacerebbe essere un paese verticale, che guarda gli altri dall’alto in basso, ma non lo siamo. Siamo fatti di tante cose, e nessuna straordinaria: dobbiamo far tesoro dei nostri punti di forza, come la fortissima soggettività relazionale e sociale (sic!), ed esserne fieri”.Cosa sia, questa soggettività relazionale-sociale, non è chiaro: forse significa relazioni di lavoro congelate e neutre. Infatti prosegue sul tema del lavoro. “Il lavoro oggi viene raccontato solo attraverso l’ideologia: l’operaio viene trattato come una macchina di consenso politico e il valore imprenditoriale viene dimenticato, offuscato dalle prime pagine dedicate solo agli scandali di Berlusconi.” Segue aneddoto illuminante, la storia di un imprenditore che, di domenica, riceve un’ordinazione urgente e va in officina al posto degli operai per realizzarla: morto per incidente sul lavoro. “Si merita la stessa dignità di un’operaio, perlomeno”, sottolinea Di Vico. Domanda interessante da girare alle vittime della Thyssen.

Cosa stona in tutto questo – a parte la confusione e la frettolosità? Il fine. “Bisogna raccontare (sui giornali) la realtà del lavoro, che non è quella che presenta nelle sue conferenze didattiche il sindacato: è quella di imprenditori e partite Iva che fanno davvero il paese, anche quando se ne ignorano le istanze o vengono maltrattati (vedi le pensioni integrative al 27%). Sono i Benetton, i Ferrero, a fare il nostro paese: questa è la realtà de-ideologizzata”.

Gli risponde Giorgio Meletti, giornalista economico del Fatto Quotidiano e speaker, con Di Vico, dell’incontro. “L’ideologia più marcata è quella del mondo imprenditoriale: ha inventato la nuova accezione del termine produttività (lavorare di più per essere pagato lo stesso, o meno), ha trasformato il rischio d’impresa in diritto alla rendita, la flessibilità in una buffonata”. E per restare ai Benetton: proprio il grande gruppo di abbigliamento vendette tutto a Zara qualche anno fa, per diventare l’esattore delle Autostrade per l’Italia, la rendita di posizione più forte del nostro paese, per la quale sta ora riscuotendo il quinto ammontare (cioè, per la quinta volta lo stesso ammontare) della costruzione della A1, non costruita da Benetton. In sintesi: “La borghesia industriale, in Italia, ha rinunciato alle sue responsabilità”.

Nota: Di Vico ha pubblicato tre libri, Industrializzazione senza sviluppo (Interconsult), Profondo Italia, con Emiliano Fittipaldi (BUR, 2004), Piccoli. La pancia del Paese (Marsilio, 2010). Forse contengono chiavi di lettura utili a comprendere davvero il suo pensiero (o almeno in modo articolato, più che a slogan).