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Diritto di critica | July 5, 2020

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Vite migranti - ''In Italia per salvare mia figlia'' - Diritto di critica

Vite migranti – ”In Italia per salvare mia figlia”

Dashuri è nata in un piccolo paese a sud-ovest dell’Albania, là dove la costa si specchia sullo Ionio e la Grecia puoi scorgerla quasi ad occhio nudo. Ha 53 anni, gli occhi grandi di un castano intenso e la carnagione chiara che diventa rossa ad ogni minimo sussulto del suo cuore, ad ogni fremito di voce. Sono passati undici anni da quando ha abbandonato la sua terra per venire in Italia, ma il suo paese ce l’ha nel cuore come se l’avesse lasciato ieri. “Io non posso spiegare”, lo ripete continuamente nel corso del suo racconto, come se chi l’ascolta non possa essere messo nelle condizioni di comprendere appieno il senso della sua storia. Parla ancora un italiano stentato: nonostante il tempo trascorso qui, in una piccola cittadina dell’Adriatico, Dashuri non è riuscita ad imparare bene la lingua; forse non ha voluto farlo, per non tradire le tanto amate radici, per conservare quell’accento prezioso che la rende riconoscibile. Lei non ama vivere in Italia: “La mia vita è finita il giorno in cui ho lasciato l’Albania”.

Quando le si chiede che lavoro fa risponde “badante” con un tono tra l’ironico e il rassegnato, come se quello fosse il destino di ogni donna immigrata in questo paese. Per anni ha lavorato nelle case di riposo, fino a quando un giorno un’anziana malata di Alzheimer non le ha tirato un violento pugno alla schiena colpendo un nervo: la parte destra del viso di Dashuri si è completamente deformata. “Ho dovuto fare punture, terapie su terapie. Ancora oggi ogni tanto la bocca mi torna storta e ci vuole qualche ora prima che passi. Il dottore mi ha detto che non devo ridere né piangere troppo, cioè che non devo essere né troppo felice, né troppo triste. Ma quale uomo vive così?”.

Era una bambina Dashuri, quando il suo paese tremava sotto l’incubo della dittatura nazional-comunista; quando ascoltare musica era un reato e indossare pantaloni per una donna poteva significare la galera. Lei si chiudeva a chiave con le sue amiche in camera, accendeva la radio e cercava canzoni italiane: “Fiorella Mannoia era la mia preferita. Quando è nata la mia bambina l’ho chiamata Fiorella proprio pensando a lei, a quella cantante che mi piaceva tanto. Aveva una voce così bella”. Un matrimonio sbagliato e una figlia da crescere sola: Dashuri si è rimboccata le maniche e con il suo lavoro alla Telecom, dove “scriveva bollette”, è riuscita a dare a Fiorella tutto ciò di cui aveva bisogno.

Poi la malattia. Fiorella è piccola e magra, troppo magra. A undici anni inizia uno sviluppo veloce, imprevisto. Le sue anche non reggono la crescita improvvisa: devono essere sostituite. Comincia così il suo calvario: “La sanità albanese funziona solo per i ricchi. Devi pagare anche per avere una puntura da un infermiere. Non potevo curare mia figlia nel mio paese. Non avevo altra scelta. Per lei sono venuta in Italia”. Qui Fiorella viene sottoposta ad intervento lungo e difficile: sei mesi di gesso, immobile, a letto, poi la lenta ripresa durata più di due anni. Madre e figlia si aggrappano l’una all’altra iniziando ad esplorare insieme questo paese sconosciuto. “Eravamo sole. C’era solo mio cognato qui a darci una mano, con la lingua soprattutto. Io non capivo una parola d’italiano”.

Fiorella ricomincia lentamente a vivere: ha molti amici e tanta voglia di fare una vita normale, come tutte le ragazze della sua età. Piano piano della sua brutta esperienza restano solo i ricordi e due profonde cicatrici alle gambe. Ma non vuole tornare in Albania con sua madre: in Italia sta bene e dopo qualche tempo arriva anche l’amore. “Al mio paese una donna malata non la vuole nessuno. Può sposare solo un uomo malato come lei – spiega Dashuri -.Quali possibilità aveva mia figlia con quelle cicatrici? Non avrebbe avuto alcuna famiglia. Avrebbe avuto sempre e solo me. Qui invece ha trovato Giuseppe. Si amano, stanno insieme ormai da anni. Lui ha una famiglia meravigliosa che la adora. Che cosa potevo desiderare di più per lei? Non potevo impedirle di sognare un matrimonio, un figlio. Per questo ho deciso che saremmo rimaste qui. In Albania torniamo solo per le vacanze. Lì c’è un bel mare, un bellissimo mare”.

Dashuri interrompe il suo racconto e con lo sguardo fissa un punto nel vuoto: “Io non sto bene in Italia, ma vivo per Fiorella e se lei è felice, allora va bene così”. Poi sorride, quasi avesse detto la cosa più banale del mondo.

Non si può spiegare la sofferenza di essere stranieri quando non lo si vorrebbe. Non si può spiegare la nostalgia per la propria famiglia, per la propria casa, per il proprio mare quando si è lontani da quelle persone, dai quei luoghi. Non si può spiegare la frustrazione di un lavoro obbligato, di una condizione non cercata. Ma si può comprendere l’affetto incondizionato di una madre per la propria figlia, perché certi legami non hanno né patria, né cittadinanza. Si può ammirare il coraggio di un sacrificio, la forza di scegliere semplicemente per amore. In fondo in lingua albanese dashuri significa proprio questo: semplicemente, amore.