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Diritto di critica | August 19, 2019

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Wikileaks: notizie dal limbo di Guantanamo - Diritto di critica

Wikileaks: notizie dal limbo di Guantanamo

Le polemiche sulla prigione più controversa degli Stati Uniti – il carcere di Guantanamo – non accennano a placarsi. I  759 nuovi cables resi noti da Wikileaks tornano infatti a parlare del carcere contro il terrorismo aperto l’11 gennaio 2002 e che – secondo quanto annunciato dal presidente Barack Obama nel gennaio 2009 – avrebbe dovuto esser chiuso entro un anno. Tutt’ora vi sono invece detenuti ancora 174 prigionieri, mentre ne sono stati rilasciati circa 600, per lo più smistati in altre carceri del mondo.

Secondo quanto riportato in un articolo del New York Times a proposito dei dossier rilasciati da Wikileaks (pubblicati dal giornale), i documenti segreti – valutazioni sui detenuti scritte tra il febbraio 2002 e il gennaio 2009–  rivelerebbero come ciò che era iniziato come un ‘esperimento di giustizia’ dopo gli attacchi terroristici del settembre 2001 si sia negli anni trasformato in una durevole istituzione americana. Sebbene infatti le principali accuse nei confronti dei prigionieri fossero pubbliche – la principale è quella di essere “combattenti nemici illegali”, una categoria giuridica inesistente nel diritto internazionale e quindi liberamente interpretabile e spesso contestata anche dagli stessi prigionieri e dai loro avvocati – i nuovi documenti fornirebbero uno sguardo più profondo sull’interno di un carcere noto per la sua segretezza e l’ambiguità dei trattamenti ai prigionieri (un esempio tra tutti, la vicenda di Mohammed Qahtani, detenuto saudita interrogato nel 2002 e nel 2003 con metodi coercitivi e umiliato pesantemente con trattamenti denigratori).  I documenti potrebbero essere usati come prova per minare la certezza del pericolo rappresentato dai detenuti e per spingere il governo a chiedersi se sia davvero giustificata la detenzione di queste persone senza alcuna accusa specifica: gli ufficiali dell’amministrazione Obama hanno condannato la pubblicazione dei dossier da parte del NYTimes, sostenendo come una task force istituita nel 2009 avesse già rivisto le informazioni raccolte nelle valutazioni sui prigionieri e fosse giunta a conclusioni diverse, per cui «i documenti pubblicati dal Times potrebbero non rappresentare l’attuale visione del Governo sui detenuti di Guantanamo». Le conclusioni differenti sarebbero nuove considerazioni sul livello di pericolosità dei detenuti  una volta rilasciati, in base alla situazione familiare e sociale specifica dei singoli, ma si tratta di documenti ancora segreti e quindi impossibili da verificare.

I documenti rivelerebbero come la maggior parte degli attuali detenuti a Guantanamo siano classificati con la definizione di “altamente pericolosi” perché rappresenterebbero una minaccia per gli Stati Uniti e i loro alleati, per motivi appunto legati al terrorismo. I dossier fornirebbero inoltre una lista accurata degli averi dei prigionieri al momento della cattura – tra cui un biglietto del pullman per Kabul, un passaporto falso, lo scontrino di un ristorante e persino una poesia- e delle malattie riscontrate (epatite, gotta, tubercolosi e depressione), oltre che delle infrazioni commesse dai prigionieri durante la detenzione: sebbene nei documenti molti detenuti siano descritti come “remissivi e raramente ostili alle forze di guardia”, altri vengono invece citati per violenza e minacce nei confronti del personale, oppure per aver gettato contro le guardie urine e feci. Sempre secondo quanto riportato nei dossier, nessun nuovo prigioniero sarebbe stato trasferito a Guantanamo dal 2007 nonostante le pressioni di alcuni esponenti repubblicani. Altri passaggi parlano di Khalid Sheikh Mohammed (legato ad al-Quaeda e principale ideatore degli attentati dell’11 settembre),  della presenza di ufficiali delle intelligence straniere per gli interrogatori – provenienti da Cina, Russia, Tajikistan, Yemen, Arabia Saudita, Giordania, Kuwait, Algeria e Tunisia – e di un cameraman sudanese per Al-Jazeera, Sami al-Hajj, detenuto a Guantanamo per sei anni con l’accusa di contatti con associazioni terroristiche e gruppi estremisti islamici.

Pur non facendo riferimento alcuno alle tecniche di interrogatorio utilizzate nella prigione e più volte evidenziate dalle organizzazioni per i diritti umani quali Amnesty International, i dossier mostrano come spesso siano state arrestate e incarcerate per anni persone innocenti, per errore, scambio di identità o semplicemente per sfortuna. Un esempio  significativo al riguardo è quello di un uomo afgano di nome Sharbat, “prigioniero 1051”, arrestato nel maggio 2003 nei pressi del luogo di un’esplosione. Sebbene lui avesse negato qualsiasi coinvolgimento nell’attentato sostenendo di essere un pastore e gli stessi analisti di Guantanamo avesse accertato la sua ignoranza di qualunque “concetto politico e militare elementare”, un tribunale militare statunitense l’aveva comunque dichiarato un “combattente nemico”, impedendo la sua scarcerazione fino al 2006.

Secondo l’articolo del NYTimes, i dossier rappresenterebbero la quarta maggiore raccolta di documenti segreti americani resa pubblica negli ultimi anni e sarebbero stati forniti dall’analista militare americano Bradley Manning insieme a rapporti su incidenti militari in Afghanistan e Iraq. Il caso Manning – detenuto in condizioni carcerarie durissime perché accusato di aver passato informazioni riservate e di aver “aiutato il nemico” – continua ad infiammare l’opinione pubblica americana. Tuttavia questi nuovi dossier non sarebbero completi – mancherebbero infatti le valutazioni su almeno 75 prigionieri- e molte informazione in essi contenute sarebbero impossibili da verificare. Infatti, come sottolineato nel NYTimes, si tratterebbe di documenti scritti da ufficiali dell’intelligence e dell’esercito operanti dapprima  in un clima di guerra e poi in una prigione sottoposta alla critica e alla pressione internazionale. Tant’è che in alcuni casi i giudici avrebbero rigettato le accuse del governo, perché le confessioni dei prigionieri erano state ottenute  con tecniche di interrogatorio coercitive o perché le fonti non erano state giudicate attendibili.

Comments

  1. Paolo

    Anche l’autrice di questo articolo cade nel comune errore di corredare l’articolo su Guantanamo con una foto falsa (quella di apertura), che non raffigura il carcere stesso, ma una scena da una fiction.