Image Image Image Image Image Image Image Image Image Image

Diritto di critica | August 7, 2020

Scroll to top

Top

Delitto di via Poma: “Raggiunta la piena prova della responsabilità di Busco” - Diritto di critica

Delitto di via Poma: “Raggiunta la piena prova della responsabilità di Busco”

Raniero Busco colpevole al di là di ogni ragionevole dubbio. Fu lui a colpire Simonetta Cesaroni ed ad ucciderla brutalmente al termine di una lite negli uffici dell’Aiag in via Poma. La condotta criminale – si legge nelle motivazioni dei giudici della III Corte d’Assise – “è caratterizzata dalla volontà di infliggere un patimento ulteriore rispetto alle ordinarie modalità esecutive del reato e rivelano una particolare malvagità dell’agente”. Queste conclusioni esplicitano l’aggravante della crudeltà per l’ex fidanzato della Cesaroni, condannato lo scorso 26 gennaio a 24 anni di reclusione per omicidio volontario.

Nel documento di 139 pagine i giudici ricostruiscono quanto accadde quel pomeriggio afoso di quasi 21 anni fa. “La Corte ritiene che sia di tutta evidenza che durante i preliminari di un approccio sessuale consenziente, la ragazza, ad un certo punto, per motivi riconducibili allo stato di tensione esistente tra i due (il rapporto burrascoso a livello sentimentale ndr), inaspettatamente si è rifiutata di proseguire il rapporto. Il diniego – si legge nel documento –, probabilmente accompagnato da parole sferzanti, ha indotto l’assassino ad infliggere alla ragazza un terribile morso al capezzolo. La reazione di Simonetta Cesaroni, anche solo verbale, a tale gesto, ha provocato l’ulteriore incremento della spinta aggressiva per cui Busco l’ha dapprima atterrata e tramortita con un potente schiaffone all’emivolto e poi, scatenatasi la violenza, colto da un’irrefrenabile furia omicida, le ha inferto 29 coltellate, mentre la ragazza già si trovava stesa a terra supina e senza che potesse opporre una sia pur minima resistenza dato che il Busco era posizionato a cavalcioni sopra di lei, come attestato dalle evidenti tumefazioni rilevabili sul bacino della giovane”.

L’aggravante è stata presa in considerazione e confermata per via dell’elevato numero di colpi inferti alla vittima e, soprattutto, dei sei colpi inferti nella zona degli occhi e dei quattro nella zona dei genitali interni. La ‘piena prova’ della colpevolezza di Busco è stata raggiunta attraverso una serie di elementi: presenza del dna dell’ex fidanzato sul corpetto e sul reggiseno della vittima, in misura maggiore in corrispondenza del capezzolo sinistro della vittima; l’assenza del materiale genetico di altre persone, tranne che della vittima; la contestualità tra il morso al capezzolo sinistro e l’azione omicidiaria; la corrispondenza del morso di Busco con la ferita sul seno di Simonetta. La III Corte d’Assise, presieduta da Evelina Canale, ha accolto in pieno le tesi accusatorie della procura, bocciando in toto le argomentazioni della difesa.

La presenza del dna di Raniero Busco sul corpetto e sul reggiseno della vittima sembra un fatto normale, specie perché tra i due c’era un rapporto sentimentale. La tesi accusatoria della procura ha fatto discendere le proprie ipotesi dal rapporto affettivo tra i due giovani. E gli stessi giudici, nelle motivazioni della condanna, hanno definito Simonetta Cesaroni una ragazza ‘pulita’, sporcata dal complicato rapporto d’amore con Busco, che si era fatta prescrivere la pillola anticoncezionale. Quest’ultimo aspetto, dell’assunzione del contraccettivo, ha destato qualche interrogativo. Cosa può aver spinto Simonetta a farsi prescrivere la pillola? Ne aveva reale necessità, per via di problemi ormonali, o pianificava di avere un rapporto stabile e duraturo con qualcuno che non fosse Raniero Busco? Salvatore Volponi, datore di lavoro della Cesaroni, nel suo libro ‘Io, via Poma..e Simonetta’, scrisse che la ragazza, prima di essere uccisa, le confidò di frequentare un altro uomo. A questa ipotesi nessuno, e tanto meno il pm Ilaria Calò, ha dato credito.

La convinzione della colpevolezza dell’ex fidanzato, oltre che da una serie di prove, è fatta discendere dal fatto che il ragazzo frequentasse contemporaneamente altre donne ed aveva già lasciato Simonetta una volta. “L’assassino – si legge nelle motivazioni – non poteva che essere Busco, dal momento che non si è rinvenuta traccia di possibili contemporanee ‘storie’ con altri uomini da parte della vittima”. Nello specifico, si sostiene che “stanti le modalità dell’omicidio, l’assassino non avrebbe potuto non rilasciare il suo dna sugli indumenti della vittima”. Ma non è stato chiarito se la Cesaroni indossasse, al momento dell’omicidio, della biancheria intima pulita. Ci sono state alcune testimonianze della mamma e della sorella di Simonetta, a proposito delle sue abitudini di pulizia intima, ma entrambe non la videro vestirsi la mattina del 7 agosto.

Le motivazioni non chiariscono, poi, quali possano essere state le cause scatenanti la reazione furiosa dell’ex fidanzato di Simonetta, e le 29 coltellate seguenti. I giudici, sentite le deposizioni dell’imputato e quelle dei suoi amici e conoscenti, ha ritenuto che Busco tra le 16 e le 19:45 debba “ritenersi privo di alibi. “Tutte le giustificazioni – si legge nelle motivazioni della sentenza – si sono rilevate prive di fondamento. Busco ha cambiato negli anni versioni e orari, sostenendo di essere stato in luoghi diversi il giorno dell’omicidio: dapprima nel garage di casa fino alle 18 (‘alibi-officina’), poi al Bar Portici”. A Busco si contesta anche la volontà di aver contribuito alla “preordinazione dei propri falsi alibi, con il tentativo di indirizzare i sospetti contro alcuni suoi amici della comitiva, ed in particolare Simone Palombi”.

Per i giudici della III Corte d’Assise “desta più di una perplessità la completa mancanza di ricordo da parte di Busco, specie se confrontata con la memoria delle tre amiche della madre di Busco (accusate di falsa testimonianza ndr), della madre e della sorella di Simonetta o, semplicemente in quella di Volponi”.Per quanto concerne l’ora del delitto – si legge nel documento di 139 pagine – può fondamentalmente ritenersi che l’orario della morte vada a collocarsi dopo le 17:15 – 17:30 e prima delle 18-18:30”. La posizione dell’ex portiere Pietrino Vanacore è stata parzialmente riabilitata. Poiché non è stato possibile “provare pienamente” la ricostruzione della sua condotta, in occasione del presunto ritrovamento del corpo esanime di Simonetta. L’uomo, secondo l’accusa, invece di chiamare la polizia, avrebbe cercato di contattare telefonicamente i vertici dell’Aiag, i datori di lavori della Cesaroni, dimenticando negli uffici la nota agenda rossa ‘Lavazza’. In quell’occasione avrebbe utilizzato le chiavi con il nastrino giallo che si trovavano appese allo stipite della porta d’ingresso dell’Aiag. Una ricostruzione ritenuta compatibile con quanto emerso da alcune intercettazioni telefoniche, con il comportamento ‘ostruzionistico’ della moglie del portiere Giuseppa De Luca di fronte ai famigliari di Simonetta, ma “senza prova certa”.

Comments

  1. Azure

    Interessante…Una sola domanda: il coltello se l’era portato da casa?
    Così, tanto per ogni evenienza…..

    Ma per favore, va…meglio non commenti oltre….