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Diritto di critica | September 21, 2020

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“La Corte europea boccia una spirale di detenzione senza fine” - Diritto di critica

“La Corte europea boccia una spirale di detenzione senza fine”

“Una decisione fondamentale dal punto di vista giuridico perché scardina l’impianto sanzionatorio della Legge Bossi-Fini”. Gianfranco Schiavone, consigliere nazionale Asgi (Associazione studi giuridici immigrazione), spiega a Diritto di Critica l’importanza della sentenza della Corte Europea contro il reato di clandestinità previsto dalla normativa italiana e la necessità dell’immediato recepimento della direttiva europea sul rimpatrio degli immigrati irregolari.

La bocciatura arriva dopo una serie di ricorsi dei giudici nazionali sulla mancata applicazione della direttiva del 2008 (da applicare negli stati Ue entro il 24 dicembre 2010, mai recepita dall’Italia). In particolare, la sentenza della Ue si riferisce al caso di Hassen El Dridi, un algerino condannato alla fine del 2010 a un anno di reclusione dal Tribunale di Trento per non aver rispettato l’ordine di espulsione. “Al di là delle possibili reazioni politiche, gli articoli 14 e 15 del Testo unico sull’immigrazione vengono stralciati”, spiega Schiavone. A essere cassato, un sistema “dove il trattenimento nei Cie e la sanzione penale conseguente alla mancata esecuzione dell’ordine di espulsione genera una spirale senza fine, in cui la detenzione non solo supera il tempo massimo consentito (di 16 mesi), ma in teoria potrebbe essere infinita: cioè lo straniero potrebbe trascorrere tutta la sua vita tra carcere e Cie, in mancanza di una normativa che non prevede l’irripetibilità delle misure”.

Una sentenza che arriva in un momento difficile per l’Italia, in contrasto con gli altri stati Ue sulla gestione dell’immigrazione: “Si tratta di due aspetti indipendenti che però mettono in luce entrambi la pochezza della politica italiana (nonostante la parentesi positiva dei permessi temporanei ai tunisini)”, spiega Schiavone. Emerge, così, un giudizio complessivo “su un paese che ha sempre cercato di disapplicare le normative e che adesso è caduto sia dal punto di vista giuridico che della credibilità politica. Uno stato che da un lato dovrebbe applicare la normativa europea e non lo fa, e dall’altro cerca di farla franca con la Ue, gridando all’emergenza, quando invece il numero degli arrivi è contenuto e potrebbe essere gestito con tranquillità: la credibilità italiana è nulla, a causa di una politica di immigrazione priva di coerenza e demagogica”.

Cosa cambia, dopo la sentenza? “I giudici saranno costretti a disapplicare la disposizione nazionale: ci sarà, da un lato, più caos e dall’altro il dovere della politica a rimediare agli errori, con un immediato decreto legislativo di recepimento della direttiva europea”. “Occorre introdurre un sistema di espulsioni graduale e la possibilità del rimpatrio volontario, che in Italia non è nemmeno contemplata. Il trattenimento nei Cie deve essere l’ultima misura e non quella inevitabile; inoltre l’attuale combinazione di misure penali e amministrative finalizzate all’allontanamento dello straniero deve cessare”. Partendo dalla riscrittura della Bossi-Fini: “Si dovrebbe ritornare alla Turco-Napolitano – conclude Schiavone -, ma con modifiche che accentuino la gradualità delle misure e il diritto all’opzione del rimpatrio volontario, non gravato dal divieto di reingresso”. Occorre adeguarsi allo spirito della direttiva, “cercando un punto di equilibrio tra il diritto di uno stato a tutelarsi e quello dello straniero a emigrare. Un bilanciamento di interessi che consenta una visione dell’immigrazione un po’meno drammatica e che eviti qualunque forma di demonizzazione ideologica”.

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