Grecia e Portogallo, l’Ue salva solo le banche
Scritto da Sirio Valent il 11 maggio 2011 in Politica
Gli aiuti europei a Grecia e Portogallo significano 7 anni di disgrazia per Atene e Lisbona. Il peso della manovra di salvataggio ricade interamente su lavoro, welfare e industria, preannunciando recessione prodonda per un bel pezzo. E’ il prezzo imposto dalle banche, in particolare quelle tedesche, che mirano a consolidare i propri interessi nei paesi periferici. Ma la prima vittima della loro strategia rischia di essere proprio l’Unione monetaria.
Voci di corridoio assicurano che ad Atene potrebbero arrivare nuovi fondi europei: 60 miliardi di euro in 2 anni, da aggiungere ai 110 miliardi dell’anno scorso. Il piano Ue di rientro non ha funzionato? Possibile. Certamente, ha spremuto già lacrime e sangue dall’economia greca, tra i dipendenti statali senza salario, le privatizzazioni enormi e poco trasparenti, i tagli indiscriminati a welfare e pensioni. La stessa “cura” che nemmeno due giorni fa è stata accettata dal Portogallo, in cambio di 78 miliardi di euro per evitare la bancarotta. Ma chi ne trae vantaggio?
La strategia di Francoforte e Bruxelles è “prima salvare le banche, poi i conti pubblici”. Cioè utilizzare i fondi offerti da Bce, Fmi e Unione Europea per puntellare l’economia con il rigore, sventare la speculazione e avviare una riforma della spesa pubblica – francamente imbarazzante, al momento. Tutto giusto: ma poi si scopre che, mentre le pensioni, la sanità e l’istruzione vengono prese a colpi di machete, una fetta consistente degli aiuti europei andrà a ricapitalizzare le banche. Per il Portogallo, si parla di 12 miliardi su 78, praticamente il 15%: denaro che non rientrerà nel ciclo produttivo, rimanendo sepolto nei caveau degli istituti di credito per rafforzarli dagli speculatori. Il risultato è di azzerare il rischio di fallimento delle banche, strangolando l’economia.
Nessuna banca portoghese o greca, nei prossimi mesi, avrà interesse a prestar denaro ad un’impresa. Gli istituti lusitani, già sotto osservazione di Moody’s per la situazione precaria, incasseranno gli aiuti e chiederanno il rientro dei prestiti, chiudendosi a riccio alle richieste di credito. Intanto il sistema economico stagnerà. Si stima, per il solo 2011, un crollo dell’1,4% del Pil, che cresce al 2% nel 2012. Con tutto il corollario di disoccupazione, disagi sociali e povertà che ne consegue.
Il salvataggio bancario aiuta solo i banchieri, in particolare quelli legati alla Germania. Per anni le banche tedesche, in primis la Deutche Bank, hanno investito milioni di euro nei paesi Pigs: oggi, temendo di veder sfumare gli investimenti fatti, hanno chiamato a gran voce Juncker per fargli mettere a posto le cose. Detto fatto: scongiuriamo il rischio di fallimento del sistema finanziario greco, o portoghese, e teniamo al caldo gli investimenti d’Alemagna.
A pagare il conto più salato, l’economia di quei paesi “canaglia”. Il piano Ue significa per i portoghesi legnate fiscali (1 miliardo di euro arriverà ogni anno a Lisbona grazie a nuove tasse raccolte tra i cittadini), il taglio alle agevolazioni alle imprese, alla cassa integrazione, alla sanità (un miliardo in meno all’anno), alla scuola e alle pensioni (circa 500 milioni di euro). Traducibile in “morte del paese”, secondo i manuali economici.
Il rischio è che non basti - e i nuovi fondi alla Grecia (in piena recessione da mesi) sembrano dimostrarlo. I finanziamenti non funzionano, se non vengono trasformati in investimenti produttivi. E mettere il denaro in banca finchè non passa la tempesta è decisamente poco produttivo.
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carlo ronchi
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Maurizio

