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Diritto di critica | October 24, 2020

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«Botte e torture»: continua l'odissea dei profughi nel Sinai - Diritto di critica

«Botte e torture»: continua l’odissea dei profughi nel Sinai

Un dramma che non cessa di consumarsi, storie che continuano a non essere raccontate. Vicende senza voce in un mondo dove viene ascoltato chi ha la possibilità di parlare sopra tutti, mentre gli altri scivolano nel limbo silenzioso di un’identità senza nome: mentre proseguono gli scontri in Libia e si susseguono le notizie di attacchi e di vittime tra i civili, non si ferma neanche l’odissea di quei profughi africani – soprattutto provenienti dal Corno d’Africa – che cercano una via di salvezza attraverso l’Egitto per raggiungere Israele.

E’ dallo scorso novembre che diverse organizzazioni per i diritti umani – come il gruppo EveryOne o l’Agenzia Habeshia per la Cooperazione e lo Sviluppo – premono sulla comunità internazionale e sulla Comunità Europea affinché si impegnino a cercare una soluzione concreta a questa situazione: persone tenute in ostaggio da diverse bande di predoni nel deserto del Sinai, torturate, detenute in container roventi senza cibo né acqua e in deplorevoli condizioni igienico-sanitarie, costrette a pagare riscatti sempre più alti ai trafficanti perché li liberino e li conducano là dove si erano accordati inizialmente, verso Israele. Sarebbero all’incirca 400 le persone imprigionate attualmente nel deserto: persone vendute e comprate da diversi gruppi di trafficanti di esseri umani, fatte sparire nel mercato illegale degli organi o uccise dalle torture. Tra di loro, anche donne e bambini.

Ma nonostante gli appelli, la situazione non accenna a cambiare. Solo ieri mattina, domenica 15 maggio, don Mussie Zerai – sacerdote eritreo per nascita e presidente dell’Agenzia Habeshia, che da mesi segue personalmente la vicenda, mantenendo i contatti con i profughi e i loro familiari – è stato contattato da parenti di persone segregate in tre gruppi diversi, il cui capibanda sarebbero tre fratelli: Aba Abdellah, Yesuf e Yasir. Delle 16 persone tenute in ostaggio dal trafficante che secondo le testimonianze si fa chiamare Yesuf, almeno due sarebbero già stati uccisi: si tratterebbe di un eritreo di 24 anni e di un etiope di 27, entrambi morti sotto le torture. Altri due sarebbero i ragazzi in fin di vita. Tra i prigionieri vi sarebbero anche diversi minori: il più giovane, secondo quanto raccontato, avrebbe 13 anni. «Negli ultimi mesi – ha affermato al riguardo Zerai – decine di ostaggi sono morti nel deserto del Sinai, nelle mani dei trafficanti».

In un articolo della BBC del 13 maggio, un gruppo israeliano per i diritti umani, Physicians for Human Rights, ha documentato le torture su almeno 300 eritrei che sono sopravvissuti al calvario e sono riusciti a raggiungere Israele. Secondo le ultime stime, sarebbero centinaia le persone che ogni mese fuggono dall’Eritrea, affidandosi ai trafficanti di esseri umani e arrischiandosi in viaggi pericolosi per raggiungere l’Europa o Israele: il tutto pur di lasciarsi alle spalle un regime sanguinario e repressivo, l’estrema povertà del proprio Paese e la leva obbligatoria per chiunque abbia meno di 40 anni. Un esodo che continua da anni e che negli ultimi tempi ha avuto esiti sempre più drammatici: la chiusura della porta libica a seguito del Trattato di Amicizia tra Italia e Libia, la detenzione nel paese di Gheddafi senza la possibilità di tornare indietro né di proseguire, la ricerca di nuove rotte attraverso il Sinai e i rapimenti da parte dei trafficanti.

«Più e più volte – ha spiegato Zerai– ho parlato con l’ambasciatore egiziano in Italia, ma invano. Chiediamo anche al Parlamento Europeo, per il suo rapporto privilegiato e di vicinanza geografica con Egitto, Israele e la Palestina, di chiedere a questi Paesi di impegnarsi con rigore nella lotta contro il traffico di esseri umani, fiorente in questi territori di confine, per mettervi finalmente la parola fine».

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