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Diritto di critica | July 12, 2020

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“Generazioni rom rovinate dall’assistenzialismo”. Intervista a Dijana Pavlovic - Diritto di critica

“Generazioni rom rovinate dall’assistenzialismo”. Intervista a Dijana Pavlovic

“Occorre permettere ai rom di studiare nell’orgoglio della propria identità culturale, senza essere discriminati. Come? Niente classi miste, ma una scuola di lusso, che possa formare una nuova élite rom, capace di autorappresentarsi e dialogare con le istituzioni. Superando la logica della carità e dell’assistenzialismo”.

Dijana Pavlovic, attrice di teatro, rom nata in Serbia e dal’99 in Italia, laurea all’Accademia di spettacolo di Belgrado, mediatrice culturale e vicepresidente della Federazione “Rom e sinti insieme” racconta a Diritto di critica il suo impegno per i diritti dei rom e sinti (150mila in tutto, di cui più della metà cittadini italiani). Una battaglia in cui l’attività politico-sociale si intreccia con il teatro, che può contribuire all’integrazione: “Spesso sembra che la gente non ragioni. Invece con l’arte si arriva all’emozione”. Prossimo spettacolo, “Non chiamarmi zingaro di merda” (debutto il 24 maggio, idea nata dal precedente “Rom cabaret”, con oltre 200 repliche negli ultimi due anni); e tra i progetti futuri anche la creazione di una compagnia teatrale rom.

L’attività politica di Dijana comincia nell’adolescenza, come “militante nell’opposizione contro Milosevic”, racconta. Arrivata a Milano, “non avevo ancora nessun contatto con la comunità rom, in quel periodo si parlava solo di albanesi: per l’opinione pubblica, tutti i crimini erano commessi da loro. Ero sorpresa che in Italia ci fosse il vuoto totale sui rom: volevo far conoscere poesie di alcuni nostri autori, famosi in tutta Europa. Ho provato a tradurre qualche testo, a fare spettacoli teatrali sulla cultura rom: la sala era sempre al completo, ma il pubblico tra sé pensava “la realtà è diversa”. Io continuavo a chiedermi il motivo. Così, ho deciso di informarmi di più sulla condizione dei rom in Italia: ho preso contatti con l’Opera Nomadi, la principale associazione per i rom: il presidente mi propose di lavorare come mediatrice culturale, in una scuola elementare. Questo lavoro ha segnato l’incontro drammatico con la realtà: mi è stato chiesto di occuparmi di Guido, un bimbo di dieci anni, un po’ complicato e curato con psicofarmaci: un rom italianissimo, abruzzese, con una situazione familiare difficile, da sempre inserito in classi per bimbi stranieri. Lui non capiva perché fosse considerato nomade (“Forse perché d’estate raggiungo mia zia a Roma”? mi diceva). La preside gli ricordava sempre che, dopo la quinta elementare, per lui la scuola sarebbe finita e lui mi chiedeva “perché io non andrò alle medie?”. Ho passato un anno e mezzo a cercare di organizzare riunioni con preside, educatori, neuropsichiatri, ma le istituzioni erano del tutto assenti”. Guido non era l’unico caso difficile. “Sharon, in prima elementare, aveva gli stessi problemi – continua Dijana: era completamente muta. Decisi di andare nel campo dove viveva: lì la vidi giocare vivace, cantava e ballava; mi chiedevo: perché allora a scuola si blocca? Perché la maestra la maltratta? Un giorno, le chiesi perché non giocava con gli altri, e lei mi scrisse in un foglio: sono in castigo; capii che Sharon sapeva scrivere e leggere”.

Inizia così la battaglia di Dijana, in difesa dei rom: “Mi candidai alle comunali con la lista civica Dario Fo, portando avanti la questione rom nei dibattiti delle tv locali. Accanto all’impegno politico-sociale, ho cercato di intraprendere un mio percorso personale, per capire la situazione. Dopo il caso di Opera (lo sgombero forzato del campo abusivo e la gente che si ribella alle tende allestite dalla Protezione civile, appiccando il fuoco), mi opposi al cosiddetto “Patto di legalità e socialità”, voluto dalla “Casa della Carità” (in cui si chiedeva ai rom di firmare un documento, per impegnarsi a non rubare, chiedere elemosina e comportarsi correttamente): a me sembrò una sorta di “ legge speciale per gli zingari”. Così Dijana aderisce alla rete “No Patto”: “ per questo, fui licenziata dal mio lavoro di mediatrice”.

Quali sono, oggi, i maggiori problemi per i rom? “Sicuramente l’assenza di autorappresentanza– spiega Dijana-: non ci sono rom che possono dialogare con le istituzioni. Le amministrazioni continuano a delegare la questione rom al terzo settore e al mondo cattolico, anziché a rappresentanti rom (“solo Alemanno, a Roma, ha nominato un rappresentante rom”)”. Da qui nasce l’idea della Federazione “Rom e sinti insieme” (18 associazioni in tutto): “tuttora – continua – non arriva alcun aiuto dalle istituzioni italiane, abbiamo più riscontro a livello europeo e internazionale (come l’Osce e altre realtà).  E poi c’è il problema del riconoscimento della minoranza linguistica: nonostante rom e sinti vivano dal 1400 in Italia, costituiscono l’unica minoranza non riconosciuta, per volontà di alcuni partiti, in primis la Lega, che hanno diffuso una mentalità razzista”. Non solo. Oltre alla strumentalizzazione politica, “c’è la convenienza per molti operatori sociali a trattare la questione in termini assistenziali: se non ci fossero gli zingari di cui occuparsi, molta gente rimarrebbe senza lavoro; senza dimenticare che l’Unione europea mette a disposizione molti soldi per questo ambito. Così, intere generazioni rom sono state gestite (e rovinate) con la mentalità della carità e dell’assistenzialismo”.

Inoltre, c’è il problema di una scolarizzazione inefficace e discriminante: “I ragazzi arrivano al massimo alla terza media, sono ghettizzati, ma soprattutto escono dalla scuola ignoranti perché passano il tempo fuori dalle classi e hanno un forte risentimento verso il sistema scolastico, dove vengono trattati come inferiori”.

Occorre voltare pagina: “Scolarizzazione, inserimento, politiche abitative, tutta teoria – assicura Dijana- . Nella pratica, c’è un circolo vizioso, dominato dai pregiudizi verso i piccoli rom, che vengono considerati sporchi, solo perché vivono nei campi, crescono all’aperto, giocano in modo diverso, a piedi nudi e liberi: le maestre non lo capiscono e i genitori preferiscono non iscrivere i loro figli in altre classi”. Una soluzione possibile? “Niente classi separate, ma una scuola privata di lusso, con insegnanti e alunni rom, dove si studi la lingua e la cultura rom, accanto a quelle italiane: allora potrebbe crearsi un’élite nuova e istruita”. Ma soprattutto, “bisogna dare a ogni comunità la possibilità di esprimersi”. A cominciare dalle abitudini abitative: “non tutti gli zingari possono vivere nelle case: se uno vuole vivere in una roulotte perché proibirlo? Le baraccopoli sono spesso legate alla questione povertà, che dovrebbe essere affrontata con politiche sociali adeguate. Nei campi abusivi vivono gli ultimi arrivati (per la maggior parte romeni) che non hanno niente e spesso lavorano in nero: finora l’unica soluzione adottata  è costituita dagli sgomberi (a Milano, 450 negli ultimi tre anni), sbagliati e per giunta dispendiosi: che cosa costerebbe, invece, dare loro un pezzo di terra e il minimo che consenta di vivere decentemente? E poi ci sono i rom di lunga data, che vanno trattati come comunità, nel rispetto della loro identità culturale”.

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