Italians – In Svizzera eravamo poco più che animali
Nella Nella Confederazione elvetica gli italiani erano disprezzati e sfruttati. Oggi ancora sopravvivono alcuni stereotipi infamanti
di Emanuela De Marchi e Veronica Fermani
Disprezzati, maltrattati, emarginati a due passi da casa: bastava svoltare l’angolo, oltrepassare il confine per non essere più considerati esseri umani. Animali, al punto che picchiarne uno non era poi così grave; irrispettosi delle regole, rumorosi e non vestiti in modo adeguato: erano questi i tratti distintivi dell’essere italiano là, nel cuore della Confederazione Elvetica. Stereotipi, pregiudizi lanciati addosso come macigni, pesanti oggi come ieri, appellativi di una cultura che non sempre comprende le proprie potenzialità e le proprie mancanze.
“Per un italiano che approda in Svizzera è un reato anche portare troppe valigie”
(Corriere della Sera 06/03/1971)
Sin dai tempi più antichi: Svizzera terra di libertà religiosa per i protestanti che sfuggivano alle persecuzioni della Controriforma. Svizzera terra di accoglienza per i rifugiati politici, tra i quali Ugo Foscolo. Svizzera terra di lavoro per mercanti e banchieri; per gli operai provenienti dal Nord Italia, impiegati nello scavo dei trafori alpini, a partire dalla seconda metà dell’Ottocento. Erano tanti, troppi per essere tollerati. Nell’estate del 1986 vennero distrutte case, botteghe, osterie di italiani e ticinesi accusati, talvolta ingiustamente, dei più cruenti fatti di cronaca. Migliaia di lavoratori dovettero lasciare AusserSihi, il quartiere operaio di Zurigo: la fuga si consumò nell’arco di una notte, accesa dall’esplodere della violenza xenofoba che costrinse le vittime a tornare in patria.
Hanno lavorato in condizioni disumane, come nel caso della costruzione del traforo del Sempione dove vennero impiegati per lo più operai siciliani e calabresi. Erano loro gli unici ritenuti adatti a sopportare le altissime temperature della galleria, che potevano arrivare fino a 50 gradi. Sfruttati e retribuiti con stipendi bassissimi, i lavoratori italiani erano sottoposti a turni di lavoro massacranti: otto ore senza pausa, giorno e notte, per chi lavorava dentro la galleria e dodici ore consecutive per chi lavorava fuori. Numerosi gli episodi di protesta. Alcuni finiti nel sangue, come nel caso degli operai di Gottardo, con l’esercito che sparò sulla folla uccidendo cinque italiani.
Dopo una pausa nel corso delle due guerre mondiali, i flussi migratori ripresero nel secondo dopoguerra. Nel 1950 gli italiani rappresentavano il gruppo nazionale più numeroso del Paese e solo nei primi anni novanta iniziarono a cedere il primato agli jugoslavi. La storia degli italiani in Svizzera in quegli anni è la storia di intere famiglie sventrate: mariti soli, costretti a lavorare duramente. Mogli pronte a lasciare tutto pur di raggiungerli, pur di aiutarli. Alloggi troppo cari, difficili da trovare per gli italiani considerati sporchi, rumorosi e criminali. Donne obbligate a stare nei dormitori delle fabbriche. Uomini accalcati nelle baracche dei cantieri. Ogni baracca ospitava 32 persone con un lavandino ogni 16. Impossibile pensare di rivedere i propri figli, di riabbracciarli in condizioni del genere. Eppure arrivavano: bambini clandestini provenienti dall’Italia, costretti a vivere di nascosto da tutti, impossibilitati persino ad affacciarsi alla finestra. Hanno perso la scuola, braccati tra le quattro mura che dovevano proteggerli. Hanno dovuto rinunciare ad un lavoro dignitoso, ad un’adeguata preparazione, riponendo nel cassetto qualsiasi sogno di riscatto. A tutto questo gli italiani erano spesso esposti a rischi elevati. Il 30 agosto 1965 un enorme blocco di ghiaccio si staccò travolgendo le baracche degli operai addetti alla diga di Mattmark. Morirono in 57, tutti italiani. Fu l’ennesima mattanza. I responsabili dell’incidente non sono mai stati puniti.
“Vietato l’ingresso ai cani e agli italiani”
(scritta comparsa su una finestra di un club a Saarbrucken nel 1958)
Violenze gratuite in tempi lontani: non è proprio così. Ancora oggi per diversi svizzeri, soprattutto per i più anziani, gli italiani riflettono il vecchio stereotipo: poveri, scuri, bassi, sporchi, maleducati e irrispettosi delle regole. La situazione è in parte migliorata grazie all’attenzione crescente verso nuovi flussi migratori provenienti da paesi lontani, portatori di culture e religioni inesplorate. Tutto sommato gli italiani sono i “meno diversi”. Una minaccia inferiore rispetto agli altri. Ma pur sempre una minaccia.
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Valentina Tacchi

