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Diritto di critica | September 21, 2017

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Report racconta la “Generazione a perdere”. E i dati dicono: i giovani non si sposano più

Report racconta la “Generazione a perdere”. E i dati dicono: i giovani non si sposano più

Scritto per noi da Federica Spurio Pompili

Ci siamo. A breve il WWF avrà una nuova specie da introdurre nella lista mondiale degli animali in via di estinzione: il giovane italiano.

Sembra essere l’argomento all’ordine del giorno, i giovani italiani non si sposano più (i matrimoni sono diminuiti del 6%), non fanno più figli (si calcola circa 1,4 figli a coppia contro il dato francese di 2 figli a coppia). Ci manca letteralmente un pezzo di popolazione, il pezzo, tra l’altro, al culmine della propria produttività, quella giovanile: ben 4 milioni di giovani tra i 25 e i 35 anni. Entro il 2050 l’Europa sarà notevolmente invecchiata; questo significherà maggiori spese mediche per malattie geriatriche ed altre ingenti spese a livello socio economico.

Proprio su questa “Generazione a perdere” si è concentrata la puntata di ieri sera di Report, che in nome della vera natura del giornalismo, informare per formare criticità di pensiero, ci ha fornito non solo dati ma anche esperienze dirette dell’estrema difficoltà in cui versa la generazione under 40 nel nostro Paese.

In Italia lavora 1 giovane su 4 tra i 16 e i 24 anni. In Europa 1 su 2. Per ogni disoccupato adulto invece, sempre nel nostro Paese, ce ne sono 4 giovani. Report ci porta a Pescara, ad ascoltare la storia di un giornalista precario di 36 anni, storia che sembra così maledettamente simile a quella di tanti ragazzi italiani che provano a crearsi un proprio spazio nel Belpaese: situazione contrattuale co.co.co dopo 15 anni immutata, vive con 300/400 euro al mese che non gli permette di lasciare il “nidofamiliare. Il Paese non cresce e non valorizza le risorse che ha, di conseguenza va ad implodere. Questo crea un vero e proprio senso di dipendenza nei confronti dei propri genitori, l’abitare nella casa parentale non diventa certo una scelta da bamboccioni, come invece qualcuno la definì qualche anno fa, bensì una vera e propria necessità: i giovani sono quindi costretti a sentirsi figli, obbligati a chiedere ai genitori quello che lo Stato gli nega.
Ma qual è la situazione in altri Paesi europei?

In Germania esiste il BAföG (Bundesausbildungsförderungsgesetz – Ufficio federale per l’assistenza all’istruzione e formazione) che assicura tra i 500 e i 600 euro al mese (con un tetto massimo di 670 euro) come sostegno allo studio universitario. Con un’uscita di circa 250 euro mensili di affitto mensile nelle tasche di uno studente tedesco restano un bel po’ di soldini per vivere (si badi, non sopravvivere). In Germania il 60% del budget sociale proviene dal lavoro. Il sostegno allo studio è visto come un investimento per il futuro. Gli studenti, una volta laureati, restituiscono allo Stato solo il 50% a partire dal loro primo stipendio, senza interessi. Si è calcolato che nello scorso anno si siano assegnati 2 miliardi di Euro in tutto il Paese.

E in Francia? Michele Buono incontra Eriu, studentessa fuori sede di scienze politiche che lavora come commessa a contratto a tempo indeterminato (“per forza, non esistono contratti irregolari in Francia”) e guadagna 1300 Euro al mese. Grazie al contratto e all’aiuto dello Stato (40.000 Euro) ha potuto comprarsi un appartamento. Nel caso si avesse bisogno di un aiuto statale ci si reca a uno sportello del CAF (Caisses d’Allocation Familiales) muniti di contratto di affitto e di dichiarazione dei redditi perché si abbia un calcolo dei contributi che ci possono spettare. In media uno studente riceve 200 euro mensili.

In Italia, invece, come siamo messi? Dopo due panoramiche sullo spaccato di vita a Roma, di uno stabile al Prenestino, occupato da studenti che ne hanno creato un vero e proprio studentato, e di un cinema teatro in disuso i cui camerini sono stati trasformati in camere per studenti, apprendiamo che le borse di studio stanziate in Italia coprono solo il 5% del fabbisogno reale. L’Italia stanzia ogni anno 481 milioni di euro in borse di studio per giovani universitari. Francia e Germania 1 miliardo e 400 milioni. Il divario è a dir poco impressionante. Una soluzione potrebbe essere quella di destinare i fondi incomprensibilmente destinati alle scuole e alle università private alle borse di studio. Questa è solo una delle tante proposte di un gruppo di economisti che ha dato origine a un progetto dal nome SBILANCIAMOCI! e che ogni anno compila una vera e propria contro finanziaria. Le risorse possono trovarsi con qualche semplice provvedimento, cominciando con la lotta alla precarietà passando per il credito di imposta alle aziende che li assumono, continuando per la creazione di 2000 cooperative giovanili incentivate dallo Stato per finire con incentivi alle aziende per 100.000 posti di lavoro per i giovani.

Molti giovani cercano soluzione a questa situazione allarmante fuggendo all’estero: dal 2000 circa 30.000 giovani sotto i 40 anni scelgono la via dell’esilio. Questo è dovuto ad un sistema universitario chiuso, vale a dire basato su una vera e propria logica feudale. Dalle esperienze di vita di molti ragazzi e ragazze che hanno trovato non solo la possibilità di vivere ma anche di gratificarsi all’estero.

A conti fatti siamo il terzo Paese più vecchio al mondo, con un elettorato e una classe politica anziane: come abbiamo visto le idee ci sono ma mentre il primo (l’elettorato) spesso non arriva a comprenderle la seconda non se ne interessa perché non è assolutamente intenzionata a cambiare.

Una vera e propria generazione in stallo, tenuta in gabbia. Preparatissima rispetto a tutta la sua controparte europea (risultati alla mano) ma allo stesso tempo con un potenziale che non le è dato modo di sfruttare, legata al ceppo della staticità anziana e allo stesso tempo denigrata perché vista come pigra, fannullona e bambocciona, perché l’anziano spesso guarda solo al risultato (cioè a quanto il giovane europeo produce rispetto a quello italiano) senza occuparsi delle vere cause del disastro.

I genitori di questa generazione condannata all’immobilità, costretti a mantenerli e ad averli in casa fino a 35 anni, se non oltre, di certo non auspicavano questa situazione per la propria progenie quando per le strade urlavano CE N’EST QU’UN DéBUT, CONTINUONS LE COMBAT! Quell’epoca si risolse per tutti, ognuno trovò il suo posto in una società che accettò di vivere un sogno e di lasciarsi andare alla spinta innovatrice.

Ma oggi? Le proteste di strada dello scorso autunno hanno dato un barlume di speranza a questi giovani ai quali viene negato il futuro. Ora in piazza in Italia ci sono gli Indignados, i giovani Erasmus spagnoli che aderiscono alla protesta in Spagna che ha visto coinvolti centinaia di migliaia di giovani che protestano contro un governo che non li rappresenta e non li ascolta. Rivolta che arriva dopo i vari esempi di ragazzi per le strade di Tunisi, del Cairo e di Tripoli..quali altri input necessitano i giovani italiani per poter prendere in mano la situazione ed accendere a loro volta una scintilla che renda merito a tutti i torti che sono costretti ad ingoiare ogni giorno?

La stessa Milena Gabanelli esorta ragazzi e ragazze, in chiusura di programma: “Organizzatevi, fate sentire il vostro peso ad una gerontocrazia che pensando solo a sé, crea una generazione sfiduciata che non si impegna, non si riproduce né economicamente  né  demograficamente  perché  non vede  per  sé  un futuro,  creando un pericoloso circolo vizioso, come ha scritto Francesco Giavazzi e Alesina sul Corriere di qualche settimana  fa  in un bellissimo editoriale. E poi non lavorando per  anni non si accumulano contributi quindi non avrete la  pensione, chi dovrebbe  pensare  a questo, ha altre preoccupazioni.”