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Diritto di critica | April 22, 2017

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Standard & Poor’s avvisa l’Italia: «Siete a rischio, basta sprechi»

Standard & Poor’s avvisa l’Italia: «Siete a rischio, basta sprechi»

L’economia italiana è a rischio. Nella giornata di sabato l’agenzia di rating Standard & Poor’s ha annunciato che l’outlook per l’Italia è passato da “stabile” a “negativo”, ovvero esiste una concreta probabilità che il rating sul debito pubblico italiano possa essere abbassato nel corso dei prossimi due anni (di solito avviene molto prima). Si tratta del primo campanello d’allarme per l’ultimo dei PIIGS non ancora toccato da declassamenti recenti.

L’agenzia ha posto i suoi dubbi circa la possibilità dell’Italia di riuscire a sostenere i propri debiti, rimarcando i motivi di preoccupazione già noti e aggiungendone uno inedito. Fra i primi vi sono la cronica incapacità dell’Italia di crescere e compiere le riforme; il motivo inedito, invece, riflette i cambiamenti nella maggioranza di governo.

Secondo S&P’s l’ingresso dei Responsabili comporterà un rilassamento del controllo del debito pubblico: in parole povere, l’agenzia ritiene che, per venire incontro alle richieste dei Responsabili, il ministro dell’Economia Giulio Tremonti dovrà inevitabilmente allargare i cordoni della borsa, ed essendo questa borsa già vuota, ciò comporterà una maggiore tendenza a contrarre debiti o a ridurre le spese (altri insensati tagli lineari), minando ulteriormente alla crescita del reddito nazionale e quindi rendendo più difficile il pagamento dei debiti.

Le considerazioni di S&P’s appaiono precise: Berlusconi in queste settimane sta moltiplicando le poltrone di governo per saldare l’alleanza con la terza gamba del governo. Maggiori poltrone, quasi inutile dirlo, significa apertura di nuovi capitoli di spesa (e presumibilmente ulteriori sprechi).

Il lato più critico, tuttavia, resta quello delle riforme: l’Italia, da più di 15 anni, cresce molto più lentamente dei suoi partner europei, e la tendenza all’appiattimento sulla crescita zero si è accentuata negli ultimi dieci anni. Ciò è dovuto, principalmente, ma non esclusivamente, al fatto che in Italia non esiste una vera economia di mercato e più o meno ogni settore deve fare i conti con monopoli e cartelli (banalmente puniti dalla Legge) che non solo comportano prezzi più alti, ma pure appesantiscono l’innovazione, sicché l’Italia non riesce ad essere leader nei settori che oggi più offrono opportunità. In breve, all’Italia, come già espresso pochi giorni fa dall’OCSE, servono urgentemente liberalizzazioni che eliminino le ingiuste rendite che fanno ricchi i pochi soliti noti a scapito del resto della popolazione, specialmente quella giovane e istruita.

Se non si può essere ottimisti circa il pericolo che i Responsabili con le loro richieste attenteranno alla salute delle finanze pubbliche italiane, lo stesso si può dire per il lato liberalizzazioni: tutti i governi Berlusconi, infatti, a dispetto delle ventennali promesse, non hanno mai compiuto riforme liberali. Anzi, quando nel 2008 è tornato al potere, Berlusconi e la sua maggioranza hanno cancellato le (comunque timide) liberalizzazioni fatte dal governo Prodi (le cosiddette lenzuolate di Bersani), attirandosi la benevolenza (e dunque i voti) delle tante persone che ottengono guadagni ingiusti grazie all’ingiusta protezione governativa. È, pertanto, piuttosto indubbio che il governo di centrodestra, già alle prese con una batosta storica dopo le recenti elezioni amministrative, non farà ciò che è necessario fare per evitare di perdere ulteriormente consenso (senza contare che non pochi esponenti politici beneficiano anche direttamente della protezione delle proprie aziende).

Il ministero dell’Economia ha già rassicurato i mercati che i conti sono in perfetto ordine, ma nessuno ha mosso critiche in questo senso: come in una grande famiglia, se i debiti crescono più del reddito, alla fine non ci sarà scampo, e si andrà in fallimento. Il debito italiano già corre più velocemente del reddito (cioè il PIL), e correrà sempre più forte in futuro per via dei rialzi dei tassi d’interesse. Non potendo ricorrere ai vecchi mezzucci della impropriamente detta “prima repubblica” (come la svalutazione della moneta, che comporterebbe un’uscita dall’euro, che avrebbe conseguenze simili a un bombardamento atomico a tappeto dell’Italia), restano solo due strade: un prelievo di ricchezza straordinario, vale a dire la patrimoniale, che non risolverebbe il problema, ma lo sposterebbe solo un po’ più avanti nel tempo (come è accaduto nel 1993, con la patrimoniale Amato – col senno di poi, ha risolto qualcosa?); oppure, come già detto, le riforme necessarie ma impopolari che tutti ci chiedono.

Photo credits | World Economic Forum (CC-BY-SA)